CARNE. Il "paradosso di Berrino" meglio di quello di Achille e la tartaruga
Pochi ricercatori clinici al mondo hanno valorizzato la prevenzione e l’alimentazione anti-cancro più dell’oncologo Franco Berrino. Per questo lo ho sempre stimato e lodato molto, col mio abituale "entusiasmo razionale", già dai tempi dell’Istituto di ricerche sul cancro di Lione, pur conoscendolo solo per quello che leggevo sulla stampa e sugli studi scientifici, dall’internazionale EPIC all’italiano Diana.Dopotutto, come i jazzisti si giudicano solo per la musica che effettivamente creano, qualunque sia lo spartito teorico da cui partono, così gli uomini di scienza si valutano per quello che realmente sanno scoprire e organizzare, qualunque sia il loro background. E sono lieto - me lo ha detto lui stesso al Convegno di Bari - che a suo tempo Berrino abbia letto, forse divorato, il mio Manuale di Terapie con gli Alimenti, che è stato il primo e ancor oggi - dieci anni dopo - l’unico testo sull’argomento (che vorrei aggiornare, se trovassi un serio editore!).
Ma dal vivo ho scoperto un Berrino diverso da quello che immaginavo, uno scienziato umano, troppo umano, che anche nei tratti fisici ha qualcosa dell’uomo che crede intimamente in quello che fa, coerente anche nella vita personale con la materia che tratta.
In queste condizioni per il disattento e superficiale pubblico esterno si fa presto a cadere nell’iconografia del "guru", del medico delle anime, del maestro di vita. Lo so bene per esperienza, perché, nonostante che abbia curato la mia immagine in perfetta sintonia con le mie idee, in modo da non assomigliare minimamente né allo scienziato neutrale, né ad un guru o ad un maestro di vita, anzi facendo di tutto per disattendere con la polemica, l’understatement e l’humour simili aspettative che per il mio essere laico, razionale e liberale non avrei tollerato senza ridere di me stesso come rido degli altri, anche a me è capitato spesso, e capita tuttora di subire questa identificazione.
Vite, psicologie parallele. Berrino, come me, ha qualcosa del convinto assertore, insomma va oltre il ruolo neutrale che la scienza assegna ai suoi frequentatori, siano essi ricercatori, biologi, medici, cultori della materia. E questo per me non può che generare ammirazione, perché in questi casi c’è un’espansione, non una riduzione della personalità. E’ un creativo che s’immerge totalmente in quello che fa e crede, non un burocratico impiegato della ricerca. In casi del genere si dice che "c’è del genio".
Ma lui a differenza di me ha qualcosa di ascetico nello sguardo e forse nell’animo. Io sono senza religioni, ma lui ha scelto come religione la macrobiotica, non so quando, e quindi lo Zen, filosofia spiritualista che prospetta un nuovo ordine delle cose.
Proprio come da adolescente, alla fine degli anni ’60, io aderii totalmente al Naturismo, cioè alla filosofia di vita e alla scienza del "vivere secondo Natura", quando in una di quelle agnizioni improvvise, scoprì in una volta sola che erano "cosa mia" da sempre tutte le intuizioni del Naturismo (c’è chi lo chiama riduttivamente salutismo o igienismo) che la tradizione fa risalire ad Ippocrate: l’alimentazione naturale come cibo e cura, le medicine naturali, la difesa di piante, ambiente e animali, l’agricoltura sana, l’autosufficienza e il far da sé, le energie naturali, il risparmio, l’escursionismo nella Natura (solo chi la frequenta la ama davvero), la cultura del corpo, perfino il nudismo. Tutto è collegato nella vita secondo Natura, la natura dell'Uomo, of course.
Religione laica, si dirà, non trascendente, la sola per chi ha scoperto che perfino l’anagramma del suo nome suggerisce "invero laico", e perciò la sola adatta sia ai credenti sia agli atei. Ma sempre un credo profondo, che per fortuna nel caso del Naturismo si realizza attraverso la Scienza, sempre aggiornata da Ippocrate ad oggi, talvolta in opposizione ma sempre in anticipo su quella ufficiale. E ora, lontani i tempi delle cure di mercurio e antimonio (sec. XVIII-XIX), o dei 150 g di proteine da carne al giorno (inizi sec.XX), il Naturismo coincide sempre più col meglio della medicina sperimentale e l’alimentazione sana preventiva proposta dalla scienza. Ciò che certi nutrizionisti non capiscono, per un difetto culturale.
Ebbene, la scoperta dell’uomo Berrino è stata per me il dato umano più interessante del Convegno di Bari (v. articolo precedente). Si intuisce che è, se possibile, migliore del Berrino scienziato, così come un autore dal vivo è sempre più vivace, sfaccettato, spontaneo, contraddittorio e profondo dei suoi libri, nonostante l’errore psicologico di tutti i lettori - anche i miei - che dopo aver idealizzato a propria immagine e fantasia un autore, poi restano delusi e disorientati quando lo conoscono di persona. Ma ancor peggio sarebbe se invitassero a pranzo geni come Mozart o Einstein. E Leopardi puzzava. Insomma, voglio dire, se un autore "pubblico" fosse ad un senso solo, cioè coincidesse piattamente con la sua opera, così come il pubblico infantilmente e semplicisticamente lo "crea", sarebbe ben poca cosa, un ometto virtuale, un’astrazione.
Così, anche se dimostro in un articolo sintetico ma completo che la "macrobiotica" reinterpretata in chiave naturistica ancor più di quanto proposto da Michio Kushi, e quindi non più cancerogena, non è macrobiotica ma una delle tante possibili versioni della normale alimentazione naturale fondata su cereali integrali, legumi, semi oleosi, verdura e frutta ("Non è vero, Nico, che abbia un eccesso di sale e di cibi stracotti e cereali caramellizzati o tostati, né carenza di cibi crudi e insalate: dipende da chi la fa", questa in sintesi la sua opinione che urta contro i testi fondamentali del creatore della macrobiotica, Ohsawa, e contro il 99,9 per cento dei menù macrobiotici), il personaggio Berrino assume ai miei occhi di "personaggio" un familiare carattere carismatico.
Le definizioni linguistiche ci dividono? Ma è chiaro come il sole che per lui l’alimentazione naturale del Naturismo va chiamata "macrobiotica", tutto qui. L'ha inventata lui, d'accordo, ma se è a base di cereali integrali, legumi, semi oleosi, e lui ci aggiunge anche verdura abbondante e frutta (e so anche che i macro un pezzettino di formaggio possono aggiungerlo), che voglio di più? La "dieta Berrino", allora è la mia. Solo che non è "macrobiotica", neanche se si sa a memoria tutta la teoria Yin-Yang e tutto lo Zen del mondo.
Attenti, perciò, a non confondere e trarre in inganno gli altri, i pazienti. Da persona razionale e laica, dico che non è corretto, è poco scientifico, utilizzare questa dieta integrale e naturale così modificata negli studi clinici sperimentali, come il progetto "Diana", definendola "macrobiotica" o lasciando credere nei comunicati stampa che lo sia. Perché la dieta di Ohsawa è ben diversa. Non è consentito eliminare tutti i gravi difetti d'una dieta definita "la più pericolosa" da nutrizionisti, cardiologi e oncologi, (troppo sale, conserve salate, salse di soia fermentata e miso, cibi troppo cotti, stracotti, caramellizzati o tostati, carenza di verdure crude e frutta cruda, quasi totale assenza di latticini e uova) e continuare a chiamarla, come se niente fosse, "macrobiotica".
Berrino a differenza di me è uno spiritualista e amante dell'Oriente, d'accordo. Ed è "umano, troppo umano". Però, secondo la mia concezione laica e razionale, uno scienziato non dovrebbe mai perdere il lume della Ragione, e privilegiare i propri "gusti" personali rispetto all'evidenza scientifica. E non deve mai arrampicarsi sugli specchi. Lui, poi, dovrebbe sapere bene qual è il dogmatismo della macrobiotica, che non tollera interpretazioni così dissonanti (p.es. eliminare sale e conserve salate e salse di soia, privilegiare verdure crude ecc) da apparire blasfeme e provocatorie agli occhi di qualunque macrobiotico. E soprattutto, il metodo: non può far prevalere l'adepta o tifoso sull'uomo di scienza, cercando a tutti i costi di avvalorare le proprie convinzioni filosofiche.
E allora? Allora si cade nel peccato veniale (non venale, se siamo sicuri) di fare propaganda al "nome", al logo tanto amato e venerato, proprio come farebbe il tifoso del Milan o della Roma, capacissimo anche se laureato (il tifo ottunde la Ragione) di chiamare "romanista" o "milanista" perfino la propria torta di compleanno ben riuscita. Così, in gloria al nome.
Per farmi perdonare, termino il ritratto col gustoso "paradosso di Berrino", come l’ho subito titolato trasformandolo in storiella. Che poi è anche il paradosso di tutti noi naturisti verso il cibo carneo. Dunque, si narra che nell’Aldilà il prof. Franco Berrino sia chiamato al cospetto del Signore della Natura per il rendiconto finale delle sue azioni. "Franco, mi si dice che tu non hai escluso del tutto la carne dalla tua dieta. Eppure per ottenerla sapevi bene che occorreva uccidere degli animali. Come ti discolpi? "Signore, è vero, ma io ho sempre detto che avrei mangiato solo la carne d’un animale a me familiare, cioè che avessi prima ben conosciuto come sano, allevato liberamente con i frutti della Natura". "Conosciuto? Familiare? - replicò il Signore irato - E tu avresti avuto il coraggio di cibarti d’un amico? La tua posizione si aggrava. Anzi, no, fammi pensare: forse ti scagiona del tutto". "Appunto, Signore, tu l’hai detto. Tali erano le condizioni da me poste, tale la mia sensibilità, che nella realtà ne mangiavo pochissimo e molto di rado. Di fatto ero quasi vegetariano".
Quasi meglio del paradosso matematico di "Achille e la tartaruga" del filosofo Zenone.
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