venerdì 28 novembre 2008

DIETA MEDITERRANEA? Non esiste, ma serve a spiegare tutto e a fare soldi.

Ecco tre tipici e popolari piatti della Grecia vera, scambiata dai turisti di provincia europei e dai ricercatori americani (il primo fu Ancel Keys), addirittura per la patria della cosiddetta “Dieta Mediterranea”. Un errore madornale che ormai fa parte della sottocultura scientifica (o della truffa) imperante. Potete osservare, 1. il pesantissimo, indigesto, ghiros di carne di maiale o montone, stra-ricco di grassi saturi e sostanze cancerogene da cottura, venduto e consumato in strada, ovunque; 2. una povera “insalata” rustica (koriatiki) di soli due o tre componenti, pomodori e cetrioli sbucciati, tracce di cipolla e due olive, ma con 1 o 2 etti di formaggio ultra-grasso e ultra-salato, la feta; 3. infine la tipica, terribile, pastasciutta alla greca (i Greci sono i più forti mangiatori di pasta al mondo), divorata quasi ogni giorno, in porzioni che escono dalle scodelle, ovviamente da semola e farina raffinate, di cui metà piatto è carne grassa (polpette o pezzi di montone o manzo). Anzi, qui è ritratta in una rara versione elegante, diciamo da “ristorante” con pretese: nel 99 per cento dei casi, invece, si tratta di spaghettacci scotti e sconditi annegati in misteriosa brodaglia che somiglia all’acqua che resta nel lavandino dopo il lavaggio dei piatti sporchi, e oliaccio stracotto che pare olio di macchina, coperti da una coltre di orribile carne tritata o polpette stranamente nerastre. Questi i piatti più diffusi ogni giorno in Grecia, per alcuni furbi o gonzi “Patria della Dieta Mediterranea”. I Greci sono i più grassi d’Europa. Diabete, sindrome metabolica, ipercolesterolemia, malattie cardiovascolari, tumori, mietono vittime come in pochi altri Paesi. Eppure nella letteratura scientifica, spesso con qualche ricercatore greco nell’équipe, dobbiamo sorbirci articoli sul “minor rischio” della Dieta Mediterranea. Quale? Dove? Ah, ah, ah! Gli Dèi dell’Olimpo, che sono ovviamente cattivi come ogni divinità, ridono alla grossa.

UN REGIME CHE E' UN'ASTRAZIONE. La "Dieta Mediterranea" non esiste. E' un'astrazione pseudo-scientifica, l'idealizzazione o mitizzazione di un regime atavico, antichissimo, preventivo, che si dovrebbe chiamare semmai "Alimentazione Naturale", come infatti l'ho chiamato nei miei libri, perché deve essere comune a tutti i Paesi, a tutti gli uomini.
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TUTTO E' "MEDITERRANEO". Ma è anche uno slogan per fare soldi in mano ai soliti furbi. Per i Greci il loro formaggio pesante di acidi grassi saturi e salatissimo, il loro yogurt poco attivo e addizionato di etti di panna, le loro porchette bruciacchiate, il loro "pastitzio" di maccheroni stracotti annegato in un mare di oliaccio di semi cotto, le loro rarissime verdure stracotte a pappetta, i loro dolci fritti e stucchevoli grondanti zucchero raffinato, sarebbero "dieta mediterranea". Basta cercare su Google Immagini digitando "mediterranean diet" e il divertimento è assicurato. Negli Stati Uniti c'è perfino il libro "Miami Mediterranean Diet".
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SEMMAI, POTREMMO TROVARLA IN QUALCHE VILLAGGIO ITALIANO. Perciò, se esistesse, sarebbe certamente l'Italia il luogo in cui, dopo molte ricerche, eventualmente potremmo trovare qualche villaggio, famiglia o ristorante in cui si mangia davvero "mediterraneo".
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ECCO I CAPI D'ACCUSA. I punti deboli del regime alimentare atavico, spontaneo e comunque di lungo periodo noto come alimentazione mediterranea (che per gli altri popoli e per i ricercatori scientifici non a caso è una "dieta", cioè un regime temporaneo e costruito, "Mediterranean Diet") sono:
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1. Ormai è una dieta virtuale, perché da molti decenni non la seguono più gli Italiani, eredi degli Etruschi-Romani, i suoi veri e unici inventori, visto che l’Italia è l’unico Paese del Mediterraneo ad avere la più grande varietà di cibi vegetali d'Europa, per non parlare dell'uso dell'olio d'oliva e del pesce. E quindi va di nuovo appresa, imparata;
2. Anche nella sua attuazione pratica consigliata dalle autorità nutrizionali italiane è troppo moderata, anodina, tautologica, bamalizzata. Insomma, si confonde con la normale alimentazione occidentale.
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MA SE LA "MEDITERRANEA" E' QUESTA, CHE SARA' LA "NON-MEDITERRANEA"? Non mancano gli esempi di questo grave lassismo nelle "autorità" - si fa per dire - scientifiche e sanitarie italiane e straniere. Ma i nutrizionisti italiani, di Stato o no, in questa banalizzazione appaiono i più zelanti. Il primo loro errore madornale? Pensate un pò: limitare, come si legge nelle raccomandazioni, ai sani e fondamentali legumi a 3-4 volte a settimana. Il secondo, prescrivere i cereali raffinati perché, nientemeno, quelli integrali sarebbero "poco adatti agli italiani", come ha scritto in risposta ad un quesito su Corriere-online il dott. Ghiselli, insomma "un'americanata". E sì, perché noi mangeremmo secondo lui molta frutta e verdura. Terzo, permettere contro ogni studio scientifico, addirittura 3-4 porzioni di carne a settimana, perfino un po’ di salumi, più il pesce… C'è forse lo zampino della ricca industria della carne? Insomma, non manca nulla, ci aspettiamo perfino il liquorino, il cioccolatino (in fondo il cacao amaro contiene polifenoli...), il digestivo e il caffé dopopasto. Insomma, tutto.
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Ci chiediamo allora, e chiediamo con preoccupazione ai nutrizionisti di Stato (dipendono dal Ministero dell'Agricoltura) dell'ineffabile INRAN, Istituto Nazionale per le Ricerche sulla Nutrizione: se questa è la vostra banale e balzana "dieta mediterranea", che cosa sarà mai la "dieta non-mediterranea"? Vorremmo spiegazioni precise: da domani vogliamo mangiare non-mediterraneo...
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ANCHE LE DIETE CONTINENTALI SI SONO EVOLUTE. Insomma, poiché anche le altre diete nazionali si sono evolute in chiave salutistica (Finlandia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone), va a finire che la dieta mediterranea è il normale non-naturale regime alimentare dell'Occidente. Soltanto, con un po’ più di olio di oliva, pane e pasta, oltretutto raffinati, quindi dannosi. Infatti, la Piramide mediterranea salutistica di Willett mette farine bianche, riso bianco e pasta bianca al vertice, insieme alle carni rosse: tutti cibi da consumare "il meno possibile". Un duro colpo di immagine all'irrazionale e dannoso "mangiare all'italiana moderna". E infatti è stata censurata in Italia.
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Ma la cosiddetta Dieta Mediterranea è un’astrazione così evidente da far sospettare che si sia trasformato ormai in uno slogan pubblicitario, un logo per far vendere, e permettere il business alle multinazionali alimentari che in Italia, senza essere più italiane, fanno il bello e il cattivo tempo.
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VERDURE CON CONTORNO DI VERDURE? SIAMO A ROMA. Perciò, fin dal primo libro L’Alimentazione Naturale, nella prima edizione di 300 pagine, nel 1980, ho sempre scritto che per alimentazione mediterranea si deve intendere quella degli antichi Etruschi e Romani, gli inventori dell'agricoltura italica (basti considerare le opere di Catone e Columella), tenendo conto degli usi dei contadini, che non avevano carenze di legumi o ortaggi come certi cittadini che vivevano accalcati - già allora - nei palazzoni, le insulae. Ai tempi in cui in un’opera teatrale di Plauto, mi sembra lo Pseudolus, un cuoco si lamenta che in quella casa si mangiavano soltanto verdure, troppe verdure, tanto da essere costretto ad inventare contorni di verdure per piatti di verdure. E infatti Plinio spara una cifra simbolica - mille - per significare l'abbondanza delle specie vegetali mangerecce a disposizione dei Romani. Ancor oggi, per le poche vecchine che se le ricordano, sono oltre 20 le specie botaniche che bisogna conoscere per una vera insalatina mista selvatica romanesca, la celestiale misticanza carica di aromi strani e sapori inconsueti (raponzolo, pimpinella, caccialepre, rosolaccio, tarassaco, crespigno ecc.).
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Perciò, una battuta come quella del cuoco scontento poteva risuonare solo nell'antica Roma di Plauto. Dove evidentemente con 2000 anni di anticipo già si rispettavano in pieno le odierne dure raccomandazioni dei Consensus internazionali - del tutto inascoltate - che predicano al vento ben 6 porzioni di verdure e frutta al giorno.Testi del genere non potevano venire in mente ad un autore greco come Aristofane. Non avrebbero fatto ridere, ma destato solo invidia e acquolina in bocca.
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E non parliamo dei cereali: il miglio della prima polentina di Romolo e Remo, la puls fitilla, fu il simbolo del mangiare naturale etrusco-romano. Magari con contorno di lenticchie o fave o ceci. I Romani mangiavano quasi ogni giorno legumi. "Cicero pro domo sua". E sì, perché il nome stesso di Cicerone viene da cicer, cece. E Lentulo da lens, lenticchia. E poi i vari grani: spelta, farro piccolo, orzo. Iinfine in tempi più tardi i grani spogli: grano duro e grano tenero estivo che lievitavano di più. E i pesci non mancavano. E il vino e l'olio, per quanto maltrattati e spesso di scarsa qualità (le colture della vite e dell'olivo erano agli inizi) non mancavano.
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MA COME SI MANGIA MALE SULLE COSTE MEDITERRANEE. Altro che dieta mediterranea: la Grecia è arida e senza acqua: non ha mai avuto verdure sufficienti. E fa specie che con la loro abituale furbizia i greci oggi cerchino di farsi passare come popolo centrale della dieta mediterranea. Con baklavà e kataifi, i dolci turchi di olio fritto e zucchero, o l’eccesso di formaggi, e pure salatissimi, la mancanza di legumi e di frutta (perfino i pomodori rossi sono tutt’oggi rari in certi villaggi di Creta), la rarità di vere insalate, l’uso diffuso di oliaccio raffinato di semi in tutti i ristoranti, le polpette, l’olio stracotto, l’abbondanza di carni bruciate e grasse, e addirittura la scarsità di pesce? Non mi sembra un bell’esempio di dieta mediterranea. E anche noi, specie al sud, ci stiamo avviando su questa strada. Per fortuna il terreno d’Italia è così fertile che verdure e frutta ci sono anche se non le vogliamo. E non parliamo della Spagna, dove sono tutti gran divoratori di carne, e del mondo arabo, dove si mangia malissimo (ma almeno ci sono i legumi).
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IL SOSPETTO-CERTEZZA DELLA MISTIFICAZIONE. Grava, insomma, sulla dieta mediterranea il sospetto-certezza della mistificazione commerciale, industriale, perfino scientifica. Non esiste, non è mai esistita una "dieta mediterranea": i regimi alimentari di Italia, Francia del sud, Spagna, Marocco, Tunisia, Grecia, Turchia, Jugoslavia e Albania, sono diversissimi tra loro. Io non mangerei mai in un ristorante "tipico" greco o turco o marocchino o spagnolo o croato. Lì non si mangia "mediterraneo".
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STUDI SCIENTIFICI: IL MEDITERRANEO COME ALIBI. Quando non si sa che fare, quale esperimento condurre, ecco che i giovani ricercatori e studiosi fanno uno studiolo facile facile, giustificando tutto con l'ipotetica "dieta mediterranea" dei soggetti analizzati. Ma per fortuna la comunità scientifica è all'erta e molti medici protestano per la faciloneria e l'invenzione di attribuire la riuscita di uno studio ad una dieta che non esiste, che non è praticata come si proclama per comoda retorica. Tipico il caso di uno studio greco sui bambini dell'isola di Creta apparso sulla rivista Thorax l'anno scorso.

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mercoledì 31 ottobre 2007

PERSONAGGI. Il paradosso di Berrino meglio di quello di Achille e la tartaruga

Pochi ricercatori clinici al mondo hanno valorizzato la prevenzione e l’alimentazione anti-cancro più dell’oncologo Franco Berrino. Per questo l'ho sempre stimato e lodato, col mio abituale "entusiasmo razionale", già dai tempi dell’Istituto di ricerche sul cancro di Lione, pur conoscendolo solo per quello che leggevo sulla stampa e sugli studi scientifici, dall’internazionale EPIC all’italiano Diana.
      Dopotutto, come i jazzisti si giudicano solo per la musica che effettivamente creano, qualunque sia lo spartito da cui partono, così gli uomini di scienza si valutano per quello che realmente sanno scoprire e organizzare, qualunque sia il loro background. E sono lieto - me lo disse lui stesso al Convegno di Bari del lontano 2007 - che a suo tempo Berrino abbia letto, forse divorato, il mio Manuale di Terapie con gli Alimenti, che è stato il primo e ancor oggi - dieci anni dopo - l’unico testo sull’argomento (che vorrei aggiornare, se trovassi un nuovo serio editore!). Insomma, ci siamo incrociati nella stima.
      Ma dal vivo ho scoperto un Berrino diverso da quello che immaginavo, uno scienziato umano, troppo umano, che anche nei tratti fisici ha qualcosa dell’uomo che "crede" in qualcosa, e che cerca di mettere d'accordo quello che fa col suo credo. In queste condizioni per il largo pubblico si fa presto a cadere nell’iconografia del "guru", del medico dell'anima, del maestro di vita.
      Maestro di vita? Ma sì, la gente crea, vuole i miti. Lo so bene per esperienza, perché, nonostante che abbia curato la mia immagine in perfetta sintonia con le mie idee e la mia razionalità innata, in modo da non assomigliare minimamente ad un guru o ad un maestro di vita, anzi facendo di tutto per demistificare, per disattendere (p.es, con i modi di fare da eterno adolescente, col gusto per la polemica, l’understatement, il relativismo e l’humour) simili aspettative che non avrei tollerato senza ridere di me stesso come rido degli altri, ebbene, anche a me è capitato spesso, e capita tuttora di subire questa identificazione da parte di lettori, allievi dei Corsi e conoscenti. Solo che in me questa mitizzazione è non solo sbagliata, ma anche poco plausibile, tanto sono laicista e diffidente verso ogni carisma. In Berrino, invece, è plausibilissima.
      Però, a parte il diverso atteggiamento verso il Mito, la trascendenza o almeno l'immanenza, forse si può parlare di due psicologie parallele. Berrino, come me, ha qualcosa del convinto assertore, insomma va oltre il ruolo neutrale che la scienza assegna ai suoi frequentatori, siano essi ricercatori, biologi, medici, cultori della materia. E questo per me non può che generare ammirazione, perché in questi casi c’è un’espansione, non una riduzione della personalità. E’ un creativo che s’immerge totalmente in quello che fa e crede, non un burocratico impiegato della ricerca. In casi del genere si dice che "c’è del genio".
      Ma lui a differenza di me ha qualcosa di ascetico nello sguardo e forse nell’animo. Io sono senza religioni, ma lui ha scelto come religione la macrobiotica, non so quando, e dunque lo Zen, filosofia spiritualista che prospetta un nuovo ordine delle cose. Proprio come da adolescente, alla fine degli anni ’60, io aderii totalmente al Naturismo, cioè alla filosofia di vita e alla scienza del "vivere secondo Natura", quando in una di quelle agnizioni improvvise, scoprì in una volta sola che erano "cosa mia" da sempre tutte le intuizioni del Naturismo (c’è chi, sbagliando, lo chiama salutismo o igienismo) che la tradizione fa risalire ad Ippocrate: l’alimentazione naturale come cibo e cura, le medicine naturali, la difesa di piante, ambiente e animali, l’agricoltura sana, l’autosufficienza e il far da sé, le energie naturali, il risparmio, l’escursionismo nella Natura (solo chi la frequenta la ama davvero), la cultura del corpo, perfino il nudismo. Tutto è collegato nella vita secondo Natura, la natura dell'Uomo, of course.
      Religione laica, terrena, non trascendente, la sola possibile per chi come me scoprì che perfino l’anagramma del proprio nome suggerisce "invero laico", e perciò la sola adatta sia ai credenti sia agli atei, sia agli ignoranti che ai colti. Ma sempre un credo profondo, onnidirezionale, che per fortuna nel caso del Naturismo si realizza attraverso la Scienza, sempre aggiornata da Ippocrate ad oggi, talvolta in opposizione ma sempre in anticipo su quella ufficiale. E ora, lontani i tempi delle cure di mercurio e antimonio (sec. XVIII-XIX), dei clisteri e salassi in eccesso, dei 150 g di proteine da carne al giorno (inizi sec. XX), e della diffidenza – ancora negli anni Ottanta – per l’alimentazione preventiva e terapeutica (“fisime”, “faddism”, scriveva il dietologo di successo Djalma Vitali sul settimanale  “laico-razionale-progressista” l’Espresso), ecco che la medicina contemporanea e l’alimentazione sana preventiva proposta dalla Scienza tendono a coincidere sempre più col Naturismo alimentare. Il Naturismo ha vinto, insomma. Ciò che molti naturisti incolti rimasti all’Ottocento e molti nutrizionisti rimasti al Novecento, non capiscono. Proprio per difetto culturale.
      Ebbene, la scoperta dell’uomo Berrino fu per me il dato umano più interessante del Convegno di Bari (v. articolo precedente). Si intuisce che è, se possibile, molto diverso dal Berrino scienziato, così come un autore dal vivo è sempre più vivace, sfaccettato, spontaneo, contraddittorio e profondo, spesso più deludente, dei suoi libri, nonostante l’errore psicologico di tutti i lettori – anche i miei – che dopo aver idealizzato a propria immagine e fantasia un autore, poi restano delusi e disorientati quando lo conoscono di persona. Ma ancor peggio sarebbe se invitassero a pranzo geni come Mozart o Einstein. E dopotutto l’uomo Leopardi, a differenza del poeta, puzzava. Insomma, voglio dire, se un autore "pubblico" fosse ad un senso solo, cioè coincidesse piattamente con la sua opera, così come il pubblico infantilmente e semplicisticamente lo "crea", sarebbe ben poca cosa, un ometto virtuale, un’astrazione.
      Ma torniamo alla scelta macrobiotica di Berrino, che in lui è più filosofica – mi ha detto, e non esito a crederlo – che banalmente alimentare. Ma io, mi scuso, non mi interesso di filosofia, e sto alla nutrizione. “Non è vero – mi ha detto l’amico Berrino – che la macrobiotica ha un eccesso di sale, di cibi stracotti e cereali caramellizzati o tostati, o una carenza di cibi crudi e insalate: dipende da chi la fa”. D’accordo. Ma la sensata opinione urta contro i testi fondamentali del creatore della macrobiotica, Ohsawa, e contro il 99,9% della pratica quotidiana dei ristoranti e dei menù macrobiotici). Non ho dubbi che una persona intelligente e motivata come lui mangi, tutto sommato, abbastanza bene: mi preoccupo degli altri, cioè della stragrande maggioranza delle persone.
      Così, ancora una volta (ma stavolta andando a cercare gli studi di prima mano, non fidandomi di quelli citati da altri, come facevo ai tempi lontani del manuale di Alimentazione Naturale), ho passato in rassegna in una sintetica monografia review (che è piaciuta molto al nutrizionista e medico Andrea Ghiselli, capo-ricercatore INRAN) tutti i pregi e i difetti della dieta macrobiotica, accludendo come prova molti studi scientifici. Che cosa ne viene fuori? Andate a leggerla: ci sono molte sorprese, anche per chi crede di sapere tutto di macrobiotica.
      E da questa review viene fuori anche che, sì, è vero, c’è stato un rinnovamento dai tempi del fondatore, ma che la macrobiotica reinterpretata in chiave quasi naturistica come fa Berrino, più ancora dei timidi e deludenti miglioramenti di Michio Kushi, forse non sarà più cancerogena, magari sarà addirittura anti-cancro, però non è più macrobiotica, ma una delle tante possibili versioni della normale alimentazione naturale, fondata sul cibo tradizionale, parco e bilanciato, e su cereali integrali, legumi, semi oleosi, verdura e frutta. Quindi, qual è il problema che divide me e Berrino? Solo una questione di nomi!
      Le definizioni linguistiche ci dividono un poco? Ma è chiaro come il sole che vogliamo dire, in pratica, quasi la stessa cosa, e che per lui l’alimentazione naturale del Naturismo va chiamata "macrobiotica", tutto qui. L'ha inventata lui, d'accordo, dico io col mio solito vizio satirico ma bonario, e anzi la “macrobiotica di Berrino” è molto meglio di quella di Ohsawa, ma se è a base di cereali integrali, legumi, semi oleosi, e lui ci aggiunge anche verdura abbondante e frutta (e so anche che i macro un pezzettino di caciottina possono aggiungerla una volta tanto), che voglio di più? Se è così, tutte le sere vado a cena “chez Berrinó”! La "dieta Berrino", allora è quasi la mia. Solo che non è "macrobiotica", neanche se si sa a memoria tutta la teoria Yin-Yang e si è introiettato tutto lo Zen del mondo. Ma è una dieta naturista, un po’ meno verde e un po’ meno cruda.
     Attenti, perciò, a non confondere e trarre in inganno gli altri, coloro che non sanno, i pazienti, che ai nomi badano molto. Da persona razionale e laica, dico che non è corretto, è poco scientifico, utilizzare questa dieta integrale e naturale così modificata negli studi clinici sperimentali, come il progetto "Diana", definendola "macrobiotica" o lasciando credere nei comunicati stampa che lo sia. Perché la dieta di Ohsawa è ben diversa. Non è consentito eliminare tutti i gravi difetti d'una dieta definita "la più pericolosa" da nutrizionisti, cardiologi e oncologi, (troppo sale, conserve salate, salse di soia fermentata e miso, cibi troppo cotti, stracotti, caramellizzati o tostati, carenza di verdure crude e frutta cruda, quasi totale assenza di latticini e uova: v. la review nel link riportato sopra) e continuare a chiamarla, come se niente fosse, "macrobiotica".
      Berrino a differenza di me è un acceso spiritualista e amante dell'Oriente. Pratica la meditazione. Il suo viso decisamente ascetico e ieratico parla da solo. Tra l'altro lo fa sembrare molto più vecchio di quello che è, altro che "alimentazione sana che mantiene giovani"!. Possibile che non si accorga della contraddizione stridente? Il suo corpo, genetica o no, non ne vuol sapere di seguire le sue teorie. 
      Ma per fortuna è "umano, troppo umano". E, soprattutto dopo averlo conosciuto, sia pure di sfuggita, gli voglio bene. Perché capisco le persone al volo (“Nico-2”). Però, secondo il “Nico-1”, che è il lato severissimo, laico e razionale della mia personalità, debbo dire le verità anche sgradevoli, costi quello che costi: uno scienziato non dovrebbe mai affievolire la luce della Ragione e privilegiare i propri "gusti" personali rispetto all'evidenza scientifica. E non dovrebbe mai arrampicarsi sugli specchi (come fa invece Colin Campbell in China Study, che dopo aver giustamente blaterato contro gli inutili integratori, poi consiglia la vitamina B12, senza la quale, ammette, un vegan se la passerebbe male). Lui, poi, dovrebbe sapere bene qual è il dogmatismo della macrobiotica, che non tollera interpretazioni così dissonanti (p.es. eliminare sale e conserve salate e salse di soia, yang, per privilegiare verdure crude e frutta, yin) da apparire blasfeme e provocatorie agli occhi di qualunque macrobiotico. E soprattutto, il metodo: non può far prevalere l'adepta o tifoso sull'uomo di scienza, cercando a tutti i costi di avvalorare le proprie convinzioni filosofiche.
      E allora? Allora si cade nel peccato veniale (non venale, se siamo sicuri) di fare propaganda al "nome", al logo tanto amato e venerato, proprio come farebbe il tifoso del Milan o della Roma, capacissimo di chiamare "romanista" o "milanista" perfino la propria torta di compleanno. Così, in gloria al nome.
      Per finire e anche per farmi perdonare di non saper proprio fare ritratti più dolci di così (sono nato critico, ahimé), termino il ritratto col gustoso "paradosso di Berrino", come l’ho subito titolato trasformandolo in storiella  Che poi è anche il paradosso di tutti noi naturisti verso il cibo carneo. Me l’ha raccontato lui, in un’altra forma, più seria, spiegandomi che solo di tanto in tanto, o quasi mai, mangia carne, e con una nobile motivazione.
      Dunque, si narra che nell’Aldilà il prof. Franco Berrino sia chiamato al cospetto del Signore della Natura per il rendiconto finale delle sue azioni. "Franco, mi si dice che tu non hai escluso del tutto la carne dalla tua dieta. Eppure per ottenerla sapevi bene che occorreva uccidere degli animali. Come ti discolpi? "Signore, è vero, ma io ho sempre detto che avrei mangiato solo la carne d’un animale a me familiare, cioè che avessi prima ben conosciuto come sano, allevato liberamente con i frutti della Natura". "Conosciuto… familiare…? – replicò il Signore, sempre più irato – E tu avresti avuto il coraggio di cibarti d’un amico? La tua posizione si aggrava. Anzi, no, fammi pensare: forse ti scagiona del tutto". "Appunto, Signore, tu l’hai detto. Tali erano le condizioni da me poste, tale la mia sensibilità, che nella realtà ne mangiavo pochissimo e molto di rado. Di fatto ero quasi vegetariano".
      Divertente, no? Quasi meglio del paradosso matematico di "Achille e la tartaruga" del filosofo Zenone.

AGGIORNATO IL 19 MARZO 2019

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giovedì 24 maggio 2007

VEGAN. Planck: “La dieta solo vegetale insufficiente per bambini e adulti”.

Il Tg1 delle ore 20 dell’altro ieri ha messo tra i titoli di testa la campagna che sta conducendo una giovane donna di origine inglese, ex convinta vegan, Nina Planck (nota negli Stati Uniti come divulgatrice, scrittrice di alimentazione sana e per un po’ di tempo direttrice di una catena di negozi specializzata), contro il veganismo, ovvero il vegetarismo solo vegetale senza neanche latticini e uova, dopo che negli Stati Uniti una coppia vegan di Atlanta è stata denunciata per la morte del loro neonato nutrito per folle “principio ideologico” con latte di soia e succo di mela.
      Per chi vuole documentarsi, l'articolo della Planck è su un quotidiano americano, nel suo ultimo libro, e anche nel suo sito personale. Ma mettiamo subito in guardia: la cosiddetta "dieta Planck" (che gioca anche sulla omonimia con l'Istituto che ha il nome di Max Planck, celebre fisico, che si è occupato anche di alimentazione, il quale ha più volte preso le distanze da una dieta così sbagliata) farà pure dimagrire in modo rapido e in poche settimane, ma a prezzo della salute. Del resto, anche un malato terminale può essere "magro", anzi in genere lo è. Infatti è sbilanciatissima, carente di carboidrati, ricchissima di cibi proteici animali (molta carne ecc.), quindi è anti-fisiologica e innaturale, affatica gravemente reni e altri organi, impedisce ogni prevenzione alimentare delle malattie, provoca radicali liberi a profusione, invecchia l'organismo, insomma è ad alto rischio.
      Insomma, la cosiddetta dieta Planck, nata per dimagrire, non è da seguire: è una reazione sbagliata, estremistica ed autolesionistica, ad un altro estremismo, quello di pochi vegan strettissimi e fanatici, probabilmente anoressici e con disturbi del comportamento. Allora, è molto meglio un bel "digiuno di frutta", cioè qualche giorno di sola frutta mista abbondante. Almeno entrano solo acqua, sali minerali, polifenoli antiossidanti e vitamine. E niente radicali liberi, grassi saturi, benzopirene e amine eterocicliche ultra-cancerogene della carne cotta.
      Ma, allora, perché ha avuto ed ha il suo uditorio? Per gli errori di alcune giovani madri fanatiche e impreparate. Sappiamo quanto sia irresponsabile l'abitudine – ideologica, cioè basata su un’aberrante “coerenza” integralista – di non dare ai lattanti il latte materno, perché "animale", ma solo latte di soia e succhi di frutta. Per quanto possa sembrare incredibile, ci sono stati studi scientifici e perfino sentenze giudiziarie negli Stati Uniti contro giovani madri che per motivi di fanatismo non allattavano i propri bambini.
      Sono casi rari. Molto frequenti, invece, i casi in cui le madri si convincono per inadeguatezza e non conoscenza di certe tecniche, di “non avere latte” (così dicono), o non sanno come farselo venire, e perciò senza consultare nessuno iniziano a dare al lattante il latte di soia, addirittura quello comune dei supermercati, perché costa poco, al posto di quello integrato per i lattanti, ingiustamente molto più costoso.
      La cosa più grave, però, è che spesso, anche se la madre vegan ha il latte, il latte della madre vegan può essere carente di sostanze nutritive, e quindi non bastare al bambino lattante. Specialmente se la madre è vegan da anni. Il problema riguarda anche madri lacto-ovo-vegetariane, naturiste, macrobiotiche e perfino onnivore, in caso di denutrizione, anoressia, depressioni gravi e comunque dieta carente. Infatti, le riserve nel fegato della vit. B12 si esauriscono dopo pochi mesi o molti anni, a seconda della salute e dei farmaci assunti. Sul cruciale argomento della vitamina B12 si veda la monografia dedicata, con molti dati scientifici.
      Perciò non è solo questione di nutrizione del lattante, cioè il vecchio dilemma "allattamento al seno o artificiale", ma proprio della validità del regime alimentare vegan in sé, per tutti, adulti compresi (la madre, in questo caso). Questo è il dato nutrizionale da sottolineare.
      Fatto sta che l’ideatrice di una dieta sbagliata, come la Planck, si è permessa di criticare, e con qualche fondamento purtroppo, gli eccessi del veganismo. E che non sia stata sommersa dall’ilarità generale è un brutto segno della carenza di buonsenso e di spirito critico della classe media degli Stati Uniti.
      E, sia pure controvoglia, vediamole queste “denunce” della Planck. Innanzitutto l’inadeguatezza del latte di soia rispetto al latte materno, a cui i bambini hanno diritto. Si parla di rischi dovuti alla scarsa qualità biologica - cioè carenza di alcuni aminoacidi essenziali - delle proteine vegetali sostitutive della caseina del latte. Sono le proteine degli alimenti vegetali (soia, mandorle e riso, di solito) da cui viene estratto un simil-latte alternativo.
      Ma denuncia anche la carenza nella nutrizione del bambino piccolo, lattante o da poco svezzato, di acidi grassi essenziali, tra i quali il DHA o acido docosaesanoico (uno degli omega-3 più efficaci), coinvolto anche nello sviluppo del cervello e dell’occhio, oltre ai ben noti problemi generali dovuti all’assenza totale dell’essenziale vitamina B12 - gravissima specialmente per i lattanti, che non hanno le riserve degli adulti (però adulti non vegan...) nel fegato - e alla carenza di vitamine A e D, e di minerali come calcio e zinco. Tutto questo si traduce nei lattanti e comunque nei bambini molto piccoli in forme di denutrizione più o meno gravi, forte ritardo nella crescita, scarso sviluppo del sistema nervoso, alto rischio di rachitismo e altre malattie da carenza.
      Al Tg1, nella breve intervista televisiva che seguiva la notizia, il dottor Migliaccio, confermava quello che la scienza ha da anni accertato: che cioè se ben praticata una dieta vegetariana completa (in gergo biologico-medico: "lacto-ovo-vegetariana", v. il nostro sito dedicato) offre sicure garanzie di sviluppo, prevenzione e salute anche per i bambini.
      E meno male, sia detto per inciso, dato che in Rai-Tv pontificano spesso nutrizionisti e dietologi così disinformati e prevenuti, oppure influenzati da chissà quali produttori, da affermare addirittura che "la carne è essenziale". Un errore grossolano, proprio dal punto di vista scientifico nutrizionale, visto che le carni non hanno nulla in più (semmai in meno) rispetto a latticini e uova. Per dirne una, il valore biologico, cioè l’assimilazione delle proteine: se l’uovo vale 100, la migliore carne vale 80-85 circa. In più ha le temibili amine eterocicliche, dovute alla abituale cottura ad alto fuoco, ed eccessiva aldeide malonica, entrambe sostanze cancerogene.
      Quindi, riassumendo: l’allattamento al seno, il latte materno, è il meglio che la Natura ha disposto per il lattante. Fino anche ad un anno e oltre. Noi naturisti, medici e divulgatori, abbiamo per decenni propagandato in assoluta controtendenza, anche quando medici e pediatri condizionati da produttori e ricerche pilotate diffondevano l’uso del biberon e del latte artificiale tra le madri, approfittando della loro dipendenza psicologica di "ospedalizzate". E, a proposito, basta col considerare la nascita, un evento naturale, fisiologico, un "fatto sanitario", quasi una malattia!
      Inoltre, un’alimentazione vegetariana corretta, cioè completa di tutti i principi nutritivi, non è controindicata neanche nei bambini. Anzi, li preserva da disturbi, dismetabolismi (p. es. sovrappeso e tendenza al diabete, ultime novità delle patologie infantili) e numerose malattie, riducendone molto il rischio.
Una dieta vegan, invece, spiegava Migliaccio, si è dimostrata molto spesso carente dal punto di vista nutrizionale e quindi molto rischiosa, in particolar modo per i più piccoli. Proprio perché, aggiungiamo noi, richiede grande attenzione e grande cultura specifica da parte di mamme e cuochi. Non può essere intrapresa alla leggera e di fretta, senza pensarci troppo.
      E gli adulti? Non è una contraddizione che un adulto possa vivacchiare alla meno peggio senza apparenti sintomi col veganismo, specie se interpretato con buonsenso, magari consumando ogni giorno legumi abbinati ai cereali integrali e molti semi oleosi. Se in passato, quando non era vegan, ha accumulato nel fegato una buona quantità di vit. B12, vive apparentemente bene per qualche anno. Dopo di che possono cominciare i problemi. Invece nell’adolescente e ancor più nel bambino, e nel lattante perfino se nutrito al seno da una madre vegan priva di vit.B12, le conseguenze si fanno notare prestissimo.
      E infine, siamo proprio sicuri dell'etica assolutoria, cioè che "uccidere" una pianta sia meno grave che uccidere un animale? Sempre due vite sono, come scrivo nel mio blog.
      Come commentare in margine? A dare uno sguardo in internet si scopre che quasi tutti i siti o blog vegetariani sono in realtà vegan, e tutti animati da spirito missionario: devono "convertire" il prossimo. E per far questo sparano sciocchezze, come quella che la vit.B12 è presente in molti alimenti vegetali (mentre non c'è in nessuno).
      Infine, una nota sulla psicologia della comunicazione e il giornalismo all’italiana. Negli Stati Uniti una non accademica come la Planck, che è una divulgatrice attraverso libri e articoli di successo (e neanche la migliore), ha prestigio e libero accesso al più influente giornale americano, il New York Times. Perché? Perché negli Usa, finché la Planck non dirà qualche sciocchezza, prevale il concetto del merito, dell’intelligenza da premiare. In quella redazione ci sarà qualche giornalista esperto della materia che capisce che la Planck "vale", che dice cose fondate, anche se non è docente universitaria. Oltre a rappresentare milioni di lettori.
      In Italia, invece, che accade? Che l’ignoranza dei giornalisti dirigenti, non parliamo dei giornalisti Rai, ma anche dei migliori giornali (che so: Corriere della Sera, Repubblica, Stampa), è tale, specie sulle questioni scientifiche, che per evitare polemiche, "per non sbagliare" e per la loro naturale acquiescenza al Potere, si rivolgono ormai solo a camici bianchi o a qualche barone universitario, uno dei tanti tromboni poco o nulla aggiornati, messi ad insegnare come impiegati dello Stato da un concorso pilotato fatto una volta per tutte.
E già, perché l’Italia è uno dei Paesi di serie B in cui l’insegnamento non è collegato al merito, cioè alle pubblicazioni e ricerche fatte di anno in anno, ma alle amicizie personali, politiche e sindacali.
Sempre la solita storia.
      Vedete quanti insegnamenti abbiamo tratto da questa piccola e contraddittoria vicenda?
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IMMAGINI. Le illustrazioni, dall'alto in basso: un grande piatto unico "vegan" composto di soli vegetali (da notare la coppetta di salsa di soia, poco raccomandabile perché troppo ricca di sodio e a rischio di nitrosamine),.e una confezione di latte di soia.

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