sabato 13 febbraio 2010

FOLATI, FUMO E DONNE. Verdure e legumi contro mutazioni di geni e tumori.

I folati, sali dell'acido folico (in disuso il termine folacina), sono oggi considerati importanti come una vitamina, anche se sono prodotti dal corpo umano, sia pure in piccole quantità e a seconda dei geni (gli Americani hanno proposto “vitamina B9”). Una quasi vitamina che è sempre più importante a mano a mano che se ne scoprono nuove proprietà. I folati sono noti soprattutto tra le donne in gravidanza, perché prescritti a tutte indistintamente dai ginecologi fin dal momento del concepimento come preventivi del rischio di malformazioni del feto, tra cui la spina bifida. La prevenzione di massa, dall'OMS al medico di base, le spinge con una propaganda martellante – dando per scontato che mangino male e ignorino le verdure – non a una dieta ricca di folati, ma proprio agli integratori in compresse. Solito malcostume medico, che prende atto del malcostume dei pazienti. Giustamente il sistema sanitario si difende così: noi non siamo educatori, né possiamo aspettare per decenni che la gente cambi abitudini alimentari. Dobbiamo essere realisti: se la gente mangia male e consuma poche verdure noi ordiniamo integratori-farmaci, che in quanto titolati in modo esatto ci permettono anche di condurre gli studi.
      Noi invece, da Naturisti, siamo educatori, e cerchiamo con la Scienza sempre sott’occhio di far cambiare abitudini agli Umani. Un’impresa per niente realistica, anzi molto idealistica.
      Ora i folati vengono in evidenza, perché possono proteggere anche dalle alterazioni dei geni dei fumatori che poi conducono al tumore dei polmoni. Il titolo del comunicato dell'istituto di ricerca americano National Cancer Institute (NCI) è "Diet May Protect Against Gene Changes in Smokers" (L'alimentazione può proteggere dalle modifiche dei geni nei fumatori), che è diventato nel titolo sul giornale italiano "La dieta che protegge dai danni del fumo" (sottotitolo: “Folati e vegetali a foglia verde difendono i geni dalle mutazioni tumorali”). La dieta con molti cibi ricchi di folati è collegata secondo uno studio a un minor rischio di tumori polmonari, come si è visto analizzando i questionari riempiti da migliaia di fumatori, per lo più donne.
      Ma i folati sono anche, in minor misura, l’ossessione di anemici, vegetariani e veganiani, perché è grazie alla loro sinergia che la vit. B12 può agire. Da soli, come integratori, però, sono abbastanza pericolosi per gli anemici: mascherano la carenza di B12. (su questa fondamentale vitamina si veda l'importante monografia).Con la conseguenza che se esistesse davvero una carenza grave di B12 (per fortuna rara), nessuno provvederebbe, e perciò potrebbero verificarsi in teoria danni irreversibili al sistema nervoso.
      La novità è che i folati sono sperimentati ora anche nella protezione dei fumatori. Lo studio del Lovelace Respiratory Research Institute di Albuquerque, New Mexico, ha coinvolto 1.100 fumatori o ex-fumatori, per il 75 per cento di sesso femminile, con almeno 15 anni di abitudine al fumo (un pacchetto o più al giorno). I soggetti hanno fornito campioni di saliva e questionari precisi sulle proprie abitudini alimentari. I ricercatori hanno poi analizzato la saliva per determinare il grado di metilazione delle cellule. La metilazione è un processo che "spegne" i geni, bloccandoli con l'adesione di molecole di metile. Questo è uno dei principali motivi per cui il fumo provoca il cancro. Ma stavolta - ha spiegato Jacob Kagan del Cancer Biomarkers Research Group - "i ricercatori hanno voluto sapere se la metilazione si fosse verificata in particolare in quei geni responsabili della crescita tumorale e della soppressione della riparazione del DNA, perché quando ciò avviene aumenta sensibilmente il rischio di cancro ai polmoni. E in più, volevano vedere se l'assunzione attraverso la dieta potesse modificare il tasso di metilazione, analizzando 21 tipi di diete".


Ne è risultato che le foglie verdi e i legumi, e poi i semi oleosi e alcuni frutti, cioè i cibi ricchi di folati, provocavano un minor tasso di metilazione dei geni critici, responsabili se metilati di facilitare l'insorgenza del cancro polmonare. Naturalmente, mangiare questi cibi in abbondanza non può essere in nessun modo la scusa per continuare a fumare o per smettere di preoccuparsi se si aspira spesso il fumo altrui. Perché i folati riducono ma non eliminano certo il rischio. Ne riferisce E. Meli sulle pagine della Salute del Corriere della Sera, a proposito del recente studio di Steven Belinsky e colleghi apparso su Cancer Research in gennaio. Ecco l’articolo:

Analisi su cellule
LA DIETA CHE PROTEGGE DAI DANNI DEL FUMO
Folati e vegetali a foglia verde difendono i geni dalle mutazioni tumorali

A tavola si mette una seria ipoteca sul nostro benessere, si sa. Oggi arriva anche la prova che alcuni cibi possono proteggerci dai danni del fumo, evitando che le sigarette provochino le alterazioni genetiche alla base del tumore al polmone: lo sostiene una ricerca statunitense pubblicata su Cancer Research.
Gli autori, del Lovelace Respiratory Research Institute di Albuquerque, hanno esaminato cellule presenti nelle secrezioni di più di 1.100 fumatori ed ex fumatori. Molto semplicemente, ne hanno raccolto lo sputo: qui si trovano infatti cellule che si staccano dalle vie aeree e che sono state analizzate a fondo dai ricercatori. Obiettivo, valutare la presenza di metilazioni su otto geni chiave correlati a un maggior rischio di tumore al polmone. La metilazione dei geni è un metodo utilizzato dalla cellula per controllare l'espressione dei geni: attaccando al DNA piccoli gruppi metile (quattro atomi appena: tre di idrogeno e uno di carbonio), la cellula "decide" se i geni possono o meno far produrre certe proteine. Molti geni coinvolti in funzioni critiche della cellula, ad esempio nella divisione cellulare, sono metilati in caso di tumore al polmone: secondo molti, perciò, il livello di metilazione può essere considerato un marcatore precoce di tumore e un indice della sua progressione.
Una volta misurato il livello di metilazione degli otto geni chiave, Steven Belinsky e i suoi collaboratori hanno provato a vedere se vi fosse una correlazione fra questo e le abitudini alimentari, indagate sottoponendo un questionario a tutti i partecipanti. I ricercatori hanno preso in considerazione 21 elementi della dieta, scoprendo che il consumo di folati (che si trovano ad esempio in spinaci, insalata, legumi, fegato) e di vegetali a foglie verdi si associava a una ridotta metilazione e quindi, in teoria, a un minor rischio di tumore al polmone.
Lo stesso pareva accadere, anche se in minor misura, a chi faceva uso di multivitaminici a base di ciò che si trova in insalate e affini, ovvero vitamina C, A e K, luteina, acido folico, carotenoidi. In realtà sul tema vitamine e protezione dal tumore al polmone pare opportuno esercitare qualche dubbio: qualche tempo fa un ampio studio aveva dimostrato che i supplementi a base di carotenoidi erano sostanzialmente inutili per la prevenzione del tumore al polmone [e in passato si erano dimostrati addirittura cancerogeni in vari studi e per altri tipi di cancro, su migliaia di soggetti, Nota di Nico Valerio]. Questo perché ormai pare chiaro che se un nutriente arriva da una dieta bilanciata e variata fa bene, se lo si prende in pillole è molto meno scontato che apporti benefici. Se quindi è lecito non entusiasmarsi troppo per l'associazione (peraltro debole) osservata da Belinsky fra multivitaminici e metilazioni genetiche, molto più interessante appare l'effetto di verdure e acido folico assunte con la dieta.
Gli autori sottolineano che già in passato un basso apporto di acido folico è risultato associato a un maggior rischio di tumore al polmone nei fumatori, mentre altri gruppi di ricerca hanno dimostrato che i folati riducono la metilazione del DNA nel tumore del colon. Buoni indizi quindi che la metilazione sia un elemento fondamentale nella progressione tumorale e che questa possa essere influenzata dagli alimenti che mangiamo; servono però conferme, come ammette lo stesso Belinsky: "Dobbiamo risolvere le contraddizioni che sono emerse nei diversi studi che si sono occupati del ruolo di vitamine e nutrienti vari nella protezione dal cancro: servono ricerche ulteriori che indichino chiaramente gli effetti dei fattori alimentari sulle cellule, per suggerire finalmente strategie preventive che possano avere successo". In pratica, la certezza ancora non c'è e soprattutto in materia di integratori è bene andare coi piedi di piombo. Ma pare che, se non altro, mangiare verdura a foglia verde possa avere solo conseguenze positive sulla nostra salute".

      COMMENTO. Gli alimenti, anzi, i regimi alimentari ricchi di folati sono, dunque, determinanti anche nel ridurre i rischi dei fumatori. La vitamina è coinvolta infatti nella conservazione del DNA e del RNA e coerentemente si rivela essenziale nel controllo della proliferazione cellulare, sia quella della nascita e dello sviluppo del feto, sia quella del tumore.
      MA QUALI CIBI? La comunicazione sanitaria al riguardo è da mediocre a pessima. Spesso si distribuiscono foglietti (p.es. distribuiti dalle infermiere o dietiste che girano negli ambulatori ginecologici), con indicazioni anche contrastanti e infelici, che mettono in evidenza cibi poco comuni o disponibili in poche settimane all’anno o che si usano in piccola quantità, come asparagi, melone ecc.), o che si possono consumare oppure “si usa” consumare soltanto cotti (e la cottura riduce di molto i folati: dal 50 al 90%), come i broccoli e i broccoletti di rape. Oppure al contrario sono solo quelli che si mangiano crudi (vedi la vignetta), così limitando molto la dieta.
      Invece, mangiando normalmente di tutto un po', crudo e cotto, soprattutto cibi normali ma anche qualche curiosità, tutti noi potremmo avere abbastanza folati nella dieta di ogni giorno. Compresi fumatori, donne incinte, anemici veri e presunti (vegetariani).
      Il fabbisogno è per gli adulti, uomini e donne, di 200 μg (microgrammi) al giorno. Per le donne in gravidanza 400 μg al giorno, ma già "da un mese prima" e per una certa durata, raccomanda l'Istituto Superiore di Sanità. Per questo è doveroso consultare medico curante e ginecologo. Il nostro consiglio è quello di far presente al sanitario qual è esattamente la dieta seguita, cioè se si assumono e in quale quantità cibi che davvero forniscono tanti folati reali, o no.
      A noi il compito di individuare gli alimenti, magari anche quelli poco noti o dimenticati, che in una corretta alimentazione naturale apportano grandi quantità di acido folico.
      Per questo abbiamo realizzato una prima la tabella dei cibi ricchi di folati desunta da Krause & Mahan. Una più completa con dati più recenti è in preparazione.

      CIBI CRUDI E FRESCHI. Sono i migliori, ovviamente, viste le altissime perdite di folati a causa della cottura, e in minor misura anche del calore prolungato e della conservazione a temperatura ambiente (negozi, casa), dove ormai, estate e inverno, si vive in serra, a 20-25°C. Prime tra le fonti le verdure verdi a foglia, di ogni specie. Poi i legumi germogliati o anche solo germinati (lenticchie e mung messi a bagno una sola notte: saranno teneri e croccanti, ultra-digeribili, adatti per contorni e insalate). Infine la frutta fresca e i semi oleosi. Questi ultimi, però, sono molto ricchi di grassi, quindi non se ne può abusare. Restano per consumi abbondanti giornalieri verdura verde, frutta e germogli di legumi.
      Ecco alcuni esempi tratti da Krause e Mahan e Ieo (con valori spesso divergenti tra loro, com'è naturale). Tenendo presente che una persona adulta comune deve avere ogni giorno almeno 200 μg di folati (probabilmente un po' di più i fumatori), ricordiamo: spinaci crudi in insalata (buonissimi, meglio ancora in insalate miste: forniscono da soli ben 150-193 μg per 100 g), lattuga romana 179 μg, indivia e scarola 46-156 μg, germogli di soia o mung 140-172 μg, barbabietole rosse (squisite spellate e tagliate a fettine in insalata) 101μg, rucola 97 μg, 20 g ovvero 2 cucchiai colmi di germe di grano 66 μg, lattuga cappuccio verde 79 μg, noci 66, pinoli 57, fiocchi di avena 51-56 μg, sedano-rapa 51 μg, uova 50 μg, pomodori 40 μg, ravanelli 38 μg, cavolo rosso 32-34 μg, arance 31-43 μg, fragole 30 μg, clementine 26 μg, 10 g di prezzemolo 13 μg.
      Da ricordare anche due fonti abbondanti e insolite di folati. Il lievito di birra fresco e vitale in panetti (lievito da pane) che dà ben 312 μg per panetto di 25 g (costo: 10 cent). Ma ne sconsiglio l'uso per motivi pratici: ha saccaromiceti vivi che fermentano potentemente qualsiasi carboidrato con produzione di anidride carbonica CO2. Andrebbe consumato perciò a digestione già completamente effettuata. Più pratico, ma costoso, il lievito secco in polvere devitalizzato (lievito di birra dietetico): 1 cucchiaio di ca 8 g ne ha ben 313 μg (K&M). Invece, dello stesso ce ne vuole molto di più se è in forma di compresse, perché per non farle sbriciolare vengono aggiunte silice e microcellulosa cristallina. In tal caso, dato che 1 g di lievito secco ha 39,12 μg di folati e una compressa ha solo 300 mg di lievito (Healthlife, UK), per avere ca 140 μg di folati ci vogliono ben 12 compresse al giorno. A differenza del lievito fresco da pane, le compresse hanno un gusto amarognolo.
      COTTURA E TRATTAMENTI. In generale, la bollitura in acqua è la cottura più distruttiva, tanto più se poi l'acqua viene gettata via. Meno distruttiva è la cottura a vapore. La cottura a pressione è la meno distruttiva, interpretiamo: vapore+pressione. Anche quella a micro-onde arreca poche perdite. In quanto al confronto tra i diversi trattamenti, una tabella registra le seguenti perdite medie di folati, non si sa in quali alimenti: congelazione -5%, essiccazione -50%, cottura -70%, cottura+scolatura -75%, riscaldamento -30%. E una verdura può benissimo essere stata dapprima in frigo (o, peggio, in magazzini a temperatura ambiente), poi cotta, poi scolata, poi conservata in frigorifero, infine riscaldata. Quindi, alcune di queste percentuali possono sommarsi.

COTTURA AL VAPORE (E A PRESSIONE): L'UNICA SANA E SENZA PERDITE. Ecco uno studio interessante che riguarda la degradazione dei folati con la cottura:
The effect of different cooking methods on folate retention in various foods that are amongst the major contributors to folate intake in the UK diet. Derek J, et al.British Journal of Nutrition (2002), 88:681-688.
Folate intake is strongly influenced by various methods of cooking that can degrade the natural forms of the vitamin in foods. The aim of the present study was to determine the effect of different cooking methods on folate retention in various foods that contribute to folate intake in the UK diet. Typical purchasing and cooking practices of representative food folate sources were determined from a questionnaire survey of local shoppers (n 100). Total folate was determined by microbiological assay (Lactobacillus casei NCIMB 10463) following thermal extraction and tri-enzyme (α-amylase, protease and conjugase) treatment in raw foods and after typical methods of cooking. Boiling for typical time periods resulted in only 49 % retention of folate in spinach (191·8 and 94·4 μg/100 g for raw and boiled spinach respectively; and only 44 % in broccoli (177·1 and 77·0 μg/100 g for raw and boiled broccoli respectively. Steaming of spinach or broccoli, in contrast, resulted in no significant decrease in folate content, even for the maximum steaming periods of 4·5 min (spinach) and 15·0 min (broccoli). Compared with raw values, boiling of whole potatoes (skin and flesh) for 60·0 min did not result in a significant change in folate content (125·1 and 102·8 μg/100 g for raw and boiled potato respectively), nor was there any effect on folate retention whether or not skin was retained during boiling. These current results show that the retention of folate in various foods is highly dependent both on the food in question and the method of cooking. Thus, public health efforts to increase folate intake in order to improve folate status should incorporate practical advice on cooking.

FOLATI NEGLI SPINACI (E NEI "BIO" C'E’ LA STESSA QUANTITÀ) DISTRUTTI AL 60-70% DALLA COTTURA IN ACQUA.
Folate determination in spinach. Influence of cultivation, harvest and cooking methods. - Lima-Pallone JA, Catharino RR, Godoy HT. Arch Latinoam Nutr. 2008 Mar;58(1):81-6.
The aim of this work was to determine vitamin contents in spinach produced by different cultivation type (organic and traditional), harvesting period and after cooking in water. The determination was carried out by High Performance Liquid Chromatography. There was no significant difference in folate contents between spinach cultivated by traditional and organic method and there was also no significant difference between the values obtained at different periods of the year. Folate levels determined as 5-methylTHF and 5-formylTHF varied from 226 to 527 μg/100 g and 4.6 to 10 μg/100 g, respectively. Cooking in water resulted in approximately 74% of losses of 5-methylTHF and 56% of 5-formylTHF.


CIBI COTTI. Una cottura intelligente può salvare, dunque, parecchi folati. E le tabelle nutrizionali ci dicono che qualcosa resta, ed sempre meglio di niente, se proprio il crudo è impossibile. E dopotutto, tanti numeri piccoli contribuiscono alla somma finale giornaliera. Alcuni esempi per 100 g: spinaci lessati 90 μg, broccoli verdi lessati 89 μg, fagiolini verdi lessati 57 μg, pane integrale 54 μg, pizza con pomodoro e mozzarella 52 μg, arachidi tostate 52-106 μg, piselli cotti 47 μg , ceci cotti 45 μg, fagioli borlotti e Lima cotti 39 μg, e così via.
      Una porzione di torta rustica di farina integrale con spinaci o ortica (250 g cotti) potrebbe darci 245 μg di folati. Senza contare insalate, contorni e frutta. Fatelo presente al ginecologo, che altrimenti vi ordina l'integratore, pensato giustamente per la maggioranza delle donne (non salutiste o veg) che mangiano malissimo, stracuociono tutto ed hanno carenza assoluta di folati.
      Per obiettività va aggiunto che contengono folati anche il fegato degli animali, che non ci sentiamo di consigliare per la probabile presenza di sostanze tossiche, ed anche carni di uso comune, su cui gravano però le note limitazioni nutrizionali e tossicologico-preventive (rischi epidemiologici e formazione di amine eterocicliche da cottura), e che quindi non si prestano a consumi importanti. Anche i latticini hanno folati, come il latte e alcuni formaggi: p.es il gorgonzola ben 52 μg/100 g. Anche con questi non è possibile realizzare una dieta intensiva, anche se i latticini sono adatti o protettivi anche per la particolare qualità di grassi e proteine. Possono però contribuire nelle donne in gravidanza all'ammontare generale giornaliero di folati, tanto più che sono ricchi anche di calcio assimilabile.

NOTA: Valori nutrizionali: IEO, ISS, Krause e Mahan.

IMMAGINE. Una donna,  probabilmente in gravidanza (ma possiamo immaginare anche che è o è stata anche fumatrice), alle prese con un’enorme insalatiera di spinaci crudi e tanti bicchieri di spremuta d’arancia, secondo un vignettista satirico. In realtà ci sarebbero molti altri e gustosi alimenti ricchi di folati (sali dell’acido folico, un tempo noti come “folacina”).

AGGIORNATO IL 25 APRILE 2015

Etichette: , , , , , ,

lunedì 4 gennaio 2010

GRANO SARACENO. Il cereale più saporito, più antiossidante, più costoso.

Chicchi di saraceno ingranditi e scontornati L'articolo sui pizzoccheri e le originali varianti suggerite per rendere questa stupenda pasta italiana utilizzabile da tutti in pietanze più sane e più leggere di quella standard pubblicizzata dai produttori (e perfino in dolci squisiti, sanissimi e rapidissimi da preparare, come gli etruschi "maccheroni dolci con le noci"), ha destato curiosità e interrogativi da parte di alcuni lettori, che vogliono sapere qualche riferimento alle proprietà alimentari, nutrizionali e preventive di questo seme cerealicolo dalla curiosa forma piramidale che ricorda le faggiole, cioè i piccoli frutti del faggio (e perciò il nome botanico è Fagopyrum: fagus=faggio, pyrum=frutto).

MA E’ UN CEREALE O NO? Il grano saraceno non è una graminacea come il frumento, ma è pur sempre un cereale, al contrario dei tanti che usano la parola “cereale” come se fosse un termine classificatorio botanico sinonimo di Graminaceae (anzi, a rigore oggi il nome botanico prevalente è Poaceae), e perciò ritiene il grano saraceno uno “pseudo-cereale”. In realtà, “cereale”, dalla dea greco-romana Cerere, patrona delle spighe, delle mèssi e dei raccolti, non è un termine scientifico botanico, ma storico, letterario, antropologico-culturale, alimentare o del linguaggio parlato, e comprende qualunque grano, chicco o seme che fornisce farina (e amido) e che nella Storia è stato usato dall’uomo in piatti di resistenza amidacei, come polente, farinate, pane, piadine, paste da cuocere e simili. E il saraceno rientra perfettamente in questa descrizione, pur appartenendo alle Poligonaceae anziché alle Graminacce o Poaceae. I cereali, insomma, sono tali non per la botanica, per l'uso che l'uomo ne fa e ne ha fatto per migliaia di anni, e appartengono a diverse famiglie botaniche. I più importanti e diffusi nella Storia sono o sono stati certamente (con tutte le loro varietà) frumento tenero e duro, riso, mais, orzo, avena, miglio, sorgo, segale, farro, farricello, spelta (Graminaceae). Invece, altri cereali, come saraceno, teff, amaranto, quinoa e altri chicchi amidacei consumati in ogni parte del Mondo, non sono “pseudo-cereali”, ma cereali appartenenti ad altre famiglie botaniche. 
COME SI PRESENTA IL SEME? Non bisogna fare confusione tra il seme grezzo o "vestito" e il seme spoglio. Il seme al naturale del saraceno appena raccolto è coperto da una dura cuticola o scafo di colore dal bruno chiaro al bruno scuro, perfino nero, che la semplice trebbiatura non elimina. E' difficile da masticare, gommoso anche dopo cottura e indigeribile, perché costituito anche da lignina. Fa pensare alle glume indigeribili dell'orzo e del farro ("grani vestiti"). Tolto questo guscio con speciali apparecchi a mole per la "sbramatura", resta il seme mangiabile coperto d'una pellicina di color bruno chiaro, tenero e facile da cuocere.
      La sua farina è caratteristica perché bianca-grigiastra e punteggiata da puntini scuri (resti del guscio macinato). Ma può anche essere ottenuta macinando il seme grezzo con tutto lo scafo, mentre il seme mangiabile non può che essere quello senza scafo. Quindi il paradosso: può capitare di trovare in commercio una farina più “integrale” degli stessi semi interi. . In commercio, perciò il grano saraceno al naturale (cioè a parte le paste da cuocere derivate: soba giapponesi, pizzoccheri italiani e pasta di solo saraceno per celiaci, si presenta in ben cinque forme. 1. Grani interi vestiti con tutto lo scafo (colore bruno medio-scuro: v. foto 1 e 2), adatti sono per ricavarne farina e come semi per l'agricoltura; 2. Grani interi nudi senza scafo di colore bruno chiaro o verdino (v. foto 3): 3. Semi nudi parzialmente tostati per la kasha (tipica pietanza polacca e russa); 4. Farina integrale più scura con molti puntini (macinata con lo scafo); 5. Farina integrale più chiara, sempre con puntini, ma più radi e più chiari (macinata senza scafo).

ATTIVITA’ PROTETTIVE. Il grano saraceno (o anche solo saraceno), Fagopyrum esculentum, è una piccola pianta poco appariscente, con foglioline verdi, dai 30 agli 80 cm di altezza, che appartiene alla famiglia botanica delle Poligonaceae, e produce piccoli semi piramidali dal rivestimento di colore bruno-rossiccio o grigiastro, da secoli usati e considerati come un ottimo e nutriente cereale. Ha valore biologico superiore al frumento perché contiene ben 8 amminoacidi essenziali, quindi ha proteine più assimilabili (indice biologico delle proteine: 59).
      E’ privo di glutine, la proteina tipica del frumento e di altri cereali delle Graminacee a cui si deve la struttura e la conservazione della forma dei prodotti alimentari (pane, paste da cuocere ecc.), quindi è adattissimo ai celiaci, sotto forma di farina (ha un colore bianco-grigiastro), chicco intero, fiocco (chicco pestato da rulli) e pasta da cuocere di solo saraceno (rara ma esistente, costosissima, grazie a nuove tecnologie pastarie). E’ adatto ai celiaci anche quando sotto forma di farina è mescolato con la semola di mais (“polenta taragna”), perché entrambi gli sfarinati sono senza glutine. Non è adatto ai celiaci, ovviamente, quando è mescolato con la semola di grano duro come nei pizzoccheri. Esistono però, a carissimo prezzo, speciali pizzoccheri “per celiaci” fatti di farina di saraceno al 45% e farina di mais e-o riso.
      Ma perché cedere come allocchi alla speculazione? Ne va della nostra intelligenza. Infatti, per tutti – celiaci compresi – è  più  conveniente per costo e per gusto consumare il saraceno come polenta scura (solo saraceno: davvero la più squisita, inimitabile polenta che esista al Mondo), o come minestra di chicchi interi (davvero unica). E, per i non celiaci, anche sotto forma di pizzoccheri, la migliore pasta in assoluto, sia per ricchezza di gusto, sia per qualità protettive, e polenta taragna (metà saraceno e metà mais o 1/3 saraceno e 2/3 mais).
Pizzoccheri di saraceno rugosi freschi fatti in casa (picc)      E’ per eccellenza il cereale protettivo delle pareti dei vasi capillari e sanguigni in generale, con tutto quello che può significare, non solo riguardo alle vene varicose e alle facili ecchimosi di certe giovani donne, ma alla stessa salute dei vasi che portano sangue ai più diversi organi, come l’occhio e il cervello.  Purché integrale, è il cereale più ricco di polifenoli antiossidanti: non solo il flavonoide rutina (abbondantissima: 5-10 mg/100g), ma anche gli acidi fenolici idrossibenzoico, protocatecuico, siringico, ferulico, vanillico, cumarico, le catechine e quel famoso resveratrolo che molti credono presente solo nell’uva nera e nel vino rosso.
      Tutti antiossidanti che impediscono ai grassi protettivi della cellula la disastrosa perossidazione. Utili nel ridurre i rischi di invecchiamento precoce e malattie, specialmente cardiovascolari, infiammatorie e tumorali.
Il saraceno è stato sperimentato contro i danni neuronali da ischemia sull’equilibrio e la memoria spaziale (danni all’ippocampo), e per l’attività antagonista verso il radicale ossido nitroso NO, che poi è quello che dà origine alle temibili nitrosamine cancerogene. Il saraceno interessa perciò anche neurologi, cardiologi, ematologi e oncologi.
      Fusilli solo saracenoLa ricerca scientifica ne mette in evidenza l'altissimo valore antiossidante, dovuto soprattutto ai suoi numerosi polifenoli, il potere anti-cancro dei suoi inibitori delle proteasi (antitripsine), che dimostrano ancora una volta l'utilità preventiva delle sostanze antinutritive, il ruolo protettivo del selenio, di cui in media "sembra" ben dotato (diciamo "sembra", perché la presenza di selenio dipende anche dal tipo di terreno agricolo e quindi varia da zona a zona), l'azione già detta di rafforzamento dei vasi capillari, e infine l'effetto anticolesterolo e antilipidico. Ma la ricerca ha scoperto anche diversi altri possibili utilizzazioni.
Non c'è dubbio, insomma, che il saraceno, sotto forma di pizzoccheri, ma anche come polenta, crespelle, sciatt, o di minestra di chicchi al naturale (squisita e delicata), è un ottimo cereale che andrebbe consumato più spesso. E’ però piuttosto costoso, perché sempre più rare sono le coltivazioni in Italia ed Europa, nonostante che sia resistente ai climi freddi e umidi. Perciò negli ultimi anni viene sempre più importato dalla Cina.

IL SARACENO IN CUCINA. Non è solo per salutismo, ma soprattutto per il suo caratteristico gusto carico, “scuro”, con un vago sentore come di cacao (per via dei tanti polifenoli), comunque eccezionale, che il saraceno merita il primo posto organolettico tra i cereali. E infatti è un cereale di lusso, spesso importato per necessità perfino dalla Cina. E perché sia messo in risalto il suo sapore naturale, in cucina vuole preparazioni semplici, di stampo contadino antico. Altro che certe versioni della famosa kasha alla polacca o alla russa, in cui prima di bollirlo lo fanno rosolare in olio sulla padella!
      In Italia, lo si è detto sopra in apertura, e si ripete qui il link, c'è la nostra tradizione della pasta di saraceno, cioè gli squisiti pizzoccheri (1/3 di farina di saraceno e 2/3 di semola di grano duro, perché devono competere con le altre parte per "tenere la cottura", e con tutto ciò hanno un sapore deciso). Le confezioni di pizzoccheri già fatti, in scatola (specialmente delle marche migliori, come Moro) sono molto buone e pratiche. Solo alle gastronome più pratiche e robuste, che ce l'hanno nel sangue e pagano un po' meno la farina, come quelle della Valtellina, consiglierei di fare i pizzoccheri in casa. Impastare bene e stendere una sfoglia spessa e regolare con la semola non è facile. Altrove, con i prezzi esorbitanti della farina di saraceno non conviene neanche.
      Poi l'antichissima tradizione contadina (oggi... aristocratica, visti i prezzi attuali) della polenta bigia, una saporitissima e molto scura farinata di solo saraceno, la stessa che rimestava nel paiolo Tonio, il cugino di Renzo Tramaglino, nei "Promessi Sposi". Si cuoce per 40 minuti o più in pentola di acciaio con fondo pesante o doppio fondo di rame, a partire da acqua tiepida salata. Non troppo calda, se no forma grumi che poi è impossibile sciogliere. Perché non è una semola, ma una farina impalpabile. Perciò all'inizio consiglio di aiutarsi nel diluire la farina, man mano che si versa, con una frusta corta e robusta, di acciaio. Si mescola con una paletta piatta di legno sempre raschiando il fondo per ritardare il più possibile il momento inevitabile in cui comincerà ad attaccare. Quando, dopo aver mescolato di continuo, la farina avrà assorbito l'acqua e l'impasto apparirà stabile, denso e sbuffante, possiamo anche abbassare la fiamma al minimo e coprire con un coperchio per risparmiare vapore acqueo e fatica. Solleviamo il coperchio di tanto in tanto (prima ogni 30 sec., poi anche ogni 2-3 minuti) dando una vigorosa e profonda rimestata con la paletta, per poi richiudere. Questo trucco permette di non mescolare di continuo, a pentola aperta e a fiamma viva, come faceva Tonio. Infine, il momento topico: quando l'impasto ha perso il sapore di farina e rimestandolo si vede chiaramente che si "straccia" sulle pareti della pentola, si versa su un ampio tagliere di legno, dove raffreddando si solidifica e scurisce ancor più, fino a sembrare un impasto "al cioccolato". Può esser mangiata calda o fredda, così al naturale, condita solo di buon olio di oliva o di burro crudo, erbe aromatiche e formaggi morbidi saporiti tipo taleggio o quartirolo o gorgonzola. Una delizia, oltretutto leggerissima nella digestione.
      A metà strada con la polenta gialla è la polenta taragna (metà saraceno e metà granturco o mais, oppure 1/3 e 2/3), più facile da lavorare, anche perché tutti hanno più esperienza col granturco che col grano saraceno.
      La minestra di chicchi interi di saraceno è ancora più semplice. Si cuociono semplicemente da soli, al naturale, senza passarli prima in padella con olio, come suggeriscono i macrobiotici o gli Orientali (il che li renderebbe pesanti e indigesti), facendoli semplicemente bollire come il riso integrale, partendo dalla giusta acqua fredda un poco salata, fino ad assorbimento completo a fine cottura. E qui sta la piccola abilità, che si impara. Si versa nei piatti e si condisce con ottimo olio o burro crudo, erbe aromatiche, poco formaggio saporito a fettine, o anche con verdure e ortaggi di ogni tipo, crudi o cotti.
.
APPENDICE: ALCUNI STUDI 

POLIFENOLI DEL SARACENO MIGLIORANO MEMORIA DOPO ISCHEMIA NEI TOPI
Protective Effect of Buckwheat Polyphenols Against Long-Lasting Impairment of Spatial Memory Associated With Hippocampal Neuronal Damage in Rats Subjected to Repeated Cerebral Ischemia. (Fengling Pu, Kenichi Mishima, Nobuaki Egashira, Katsunori Iwasaki, Tomohiro Kaneko, Tomoko Uchida, Keiichi Irie, Daisuke Ishibashi, Hajime Fujii, Kenichi Kosuna and Michihiro Fujiwar). Journal of Pharmacological Sciences Vol. 94 (2004), 4, 393-402.
In the present experiment, we studied the action of buckwheat polyphenol (BWP, from Fagopyrum esculentum Moench) in a repeated cerebral ischemia model, which induced a strong and long-lasting impairment of spatial memory in 8-arm radial maze with hippocampal CA1 cell death in rats. BWP (600 mg/kg, continuous 21-day p.o.) significantly ameliorated not only the impairment of spatial memory in the 8-arm radial maze, but also necrosis and TUNEL-positive cells in the hippocampal CA1 area subjected to repeated cerebral ischemia (10 min × 2 times occlusion, 1-h interval) in rats. In order to investigate the mechanism of BWP protective action, we measured the release of glutamate and NOx− (NO2− + NO3−) production induced by repeated cerebral ischemia in the rat dorsal hippocampus using microdialysis. A 14-day BWP treatment significantly inhibited the excess release of glutamate after the second occlusion. In addition, the BWP remarkably suppressed a delayed increase in NOx− (NO2− + NO3−) induced by repeated cerebral ischemia in the dorsal hippocampus as determined in vivo by microdialysis. However, the 14-day treatment did not affect hippocampal blood flow in either intact rats or rats subjected to repeated ischemia measured by lasser Doppler flowmeter. These results suggested that BWP might ameliorate spatial memory impairment by inhibiting glutamate release and the delayed (ritardata) generation of NOx− in rats subjected to repeated cerebral ischemia.
.
GRANO SARACENO RICCO DI POLIFENOLI ANTIOSSIDANTI (DALLA RUTINA AL RESVERATROLO) Flavonoids in fine buckwheat (Fagopyrum esculentum Mönch) flour and their free radical scavenging activities. (Qian J-; Mayer D ; Kuhn M). Deutsche Lebensmittel-Rundschau 1999, 95, 9, 343-349
Fine flours of five buckwheat cultivars, Astra and Lileja from Russia, Hruszowska from Poland, Le Harpe from France, and Prego of German native stock, introduced and cultivated in the experimental field of the University of Hohenheim, were investigated in respect of antioxidant compounds. Spectrophotometric measurements showed that the content of total antioxidants was 14.6. 21.4, 13.8, 16.0, and 11.4 mg/100 g of fine flour in Astra, Hruszowska, Le Harpe, Lileja, and Prego, respectively. Reversed-phase high performance chromatography analyses revealed protocatechuic acid and/or catechin, and resveratrol in Astra: resveratrol, protocatechuic acid and catechin in Hruszowska; resveratrol, protocatechuic acid and/or catechin in Le Harpe, resveratrol and catechin in Lileja; and resveratrol and catechin in Prego, apart from the most importantflavonoid rutin in buckwheat, whose amount was 5.6, 3.8, 10.1, 6.3, and 4.9 mg/100 g of flour in the alphabetic sequence of names of the cultivars. Further cell cultivation assay suggested that all the ethanolic extracts of buckwheat flours were apparently effective to retard free radical induced oxidation, but extracts of Astra and Hruszowska extracts were extremely significant against control, implying the origin of buckwheatcultivar determining the quality asthe total antioxidant content was different for each.
.
AVENA E SARACENO RIDUCONO COLESTEROLO E MIGLIORANO RAPPORTO LDL-HDL

Oats and buckwheat intakes and cardiovascular disease risk factors in an ethnic minority of China. (J He, MJ Klag, PK Whelton, JP Mo, JY Chen, MC Qian, PS Mo and GQ He). American Journal of Clinical Nutrition, 61, 366-372.
The relationship of oats and buckwheat intake to cardiovascular disease risk factors was studied in 850 Yi people, an ethnic minority in southwest China. Blood pressure was measured on 3 consecutive days. Serum total cholesterol, high-density-lipoprotein (HDL) cholesterol, and triglycerides were measured after a 14-h fast. Oats and buckwheat intakes were assessed by questionnaire. In multiple-regression analysis, oats intake (100 g/d) was associated with lower body mass index (-0.25, in kg/m2; P < 0.05), systolic (-3.1 mm Hg, P < 0.001) and diastolic (-1.3 mm Hg, P < 0.01) blood pressure, and HDL cholesterol (- 0.13 mmol/L, P < 0.001). Buckwheat intake (100 g/d) was associated with lower serum total cholesterol (-0.07 mmol/L, P < 0.01) and low-density- lipoprotein cholesterol (-0.06 mmol/L, P < 0.05) and a higher ratio of HDL to total cholesterol (0.01, P < 0.05). These findings suggest a role for oats and buckwheat consumption in the prevention and treatment of both hypertension and hypercholesterolemia.
.
SARACENO ABBASSA RADICALI LIBERI IN LABORATORIO CON DIETA GRASSA Effect of buckwheat extract on free radical generation in rabbits administered high-fat diet. (J. Wójcicki, L. Samochowiec, B. Gonet, S. Juwiak, E. Dabrowska-Zamojcin, M. Katdoska, S. Tustanowski). Phytotherapy Research, 9, 5 , 323-326 1995
In this study the effect of buckwheat extract (BE) on the level of malondialdehyde (MDA), lipids and hormones, and on the concentration of ascorbate free radicals in the liver (compared with rutin) in animals receiving a highfat diet (HFD) was measured. Male mongrel rabbits were randomly divided Into four groups: (1) control, (2) animals given HFD containing cholesterol and coconut oil, (3) rabbits treated with HFD + BE, (4) HFD + rufin, over a period of 12 weeks. The concentration of MDA in rabbits of group 3 (HFD + BE) was slightly but significantly decreased, whilst the number of ascorbate free radicals, examined in vitro, in the liver was markedly elevated. The level of testosterone in rabbit blood serum (group 3) was increased, but the insulin concentration was significantly diminished (in comparison with group 2). The content of total cholesterol and triglyceride in the liver of animals maintained on BE was decreased. Quite distinct superiority of BE, compared with rutin, was shown.
.
SARACENO IN DIETE ANTI-ATEROSCLEROSI GRAZIE AGLI ANTIOSSIDANTI POLIFENOLI The total polyphenols and the antioxidant potentials of some selected cereals and pseudocereals. (Shela Gorinstein, Simon Trakhtenberg et al.). Journal European Food Research and Technology, 225, 3-4 / July, 2007, 321-328.
The objective of the present study was to investigate the effect of phenolic substances and proteins on the antioxidant potentials in some cereals and pseudocereals and to compare their bioability. The polyphenol dry matter extracts (PDME) from the investigated seeds of buckwheat, rice, soybean, amaranth and quinoa with 1.2 M HCl in 50% methanol/water (PDME50%Met/HCl) exhibited higher inhibition of lipid peroxidation than the ones extracted with 50% methanol/water (PDME50%Met) and were comparable to the antioxidant activity of butylated hydroxyanisole at concentration of 0.2 mg mL−1. The antioxidant activities of these seed extracts determined by 2,2′-azinobis (3-ethylbenzothiazoline-6-sulfonate)-ABTS +/K2S2O8, β-carotene bleaching (β-carotene), and 1,1-diphenyl-2-picrylhydrazyl (DPPH) radical scavenging methods showed high correlation coefficients (R 2) such as 0.9515, 0.9058 and 0.8723, respectively, with the presence of total polyphenols estimated by Folin-Ciocalteu assay. These results indicate that the major antioxidant components in these extracts mostly derived from the polyphenols, and proteins showed only minimal values of bioactivity. Based on high contents of polyphenols, anthocyanins, flavonoids and their antioxidant activities pseudocereals such as buckwheat, quinoa and amaranth can be a substitute for cereals for common and atherosclerotic diets and sometimes in the allergic cases.
.
PROTEINE DEL SARACENO SOPPRIMONO CELLULE DI CANCRO AL COLON NEI RATTI
Feeding of Buckwheat Protein Suppresses 1,2-dimethylhydrazine-Induced Colon Carcinogenesis in Rats. (Hiroyuki Tomotake, Zhihe LiU, Xuxin Huang, Wakako Ishikawa, Jun Kayashita and Norihisa Kato). This study was conducted to examine the effect of consumption of buckwheat protein product (BWP) on 1,2-dimethylhydrazine (DMH)-induced colon tumor in rats. Rats were fed the diet containing either casein or BWP (net protein level, 200g/kg; each group, 20 rats) for 124 d. The rats were weekly ingested with DMH for the initial 8 wk. The food intake and growth were unaffected by dietary manipulation. Dietary BWP caused a 47% reduction in the incidence of colonic adenocarcinoma (P < 0.05). BWP intake caused a trend of reduction in the number of colon adenocarcinoma (P = 0.16). Consumption of BWP significantly reduced cell proliferation and expression of c-myc and c-fos proteins in colonic epithelium. The results suggest that dietary BWP has a protective effect against colon carcinogenesis in rats by reducing cell proliferation.
.
SARACENO RICCO DI SELENIO ASSIMILABILE ANTICANCRO
Selenium (Se)- enriched foods may be an effective way of consuming the amount of Se proven to reduce cancer. Buckwheat is a Se-containing grain that also may be beneficial in controlling diabetes and hypercholesterolemia. A survey of buckwheat produced in the northern Great Plains found the average Se content to be 51.6 ug Se/100g. To determine the bioavailability of Se from a commercially available buckwheat bran product, Se depleted rats were fed diets consisting of a range of concentrations of Se (0.02 - 0.15 mg Se/kg diet) supplied as selenite, selenomethionine, and buckwheat bran. Based on blood Se status indicators, approximately 50% of the Se from buckwheat was bioavailable. Therefore, a single 100g serving of buckwheat will contribute approximately 26 ug of bioavailable Se to the diet, supplying a proportion of the Recommended Daily Allowance of 55 ug/day. 


ANTITRIPSINE DEL SARACENO INDUCONO APOPTOSI DI CELLULE DI LEUCEMIA
Induction of Apoptosis by Buckwheat Trypsin Inhibitor in Chronic Myeloid Leukemia K562 Cells. (Autori: Zhuan-Hua Wang, Li Gao, Yu-Ying Li, Zheng Zhang, Jing-Ming Yuan, Hong-Wei Wang, Li Zhang and Lei Zhu). Biological & Pharmaceutical Bulletin 30 (2007), 4, 783
Buckwheat is an ancient and specialty grain in China. Due to its unique chemical and bio-activity components, buckwheat has been found to have many uses in food products and medicine. However, very little is known about the toxicity of protease inhibitors from buckwheat. Here, the possible effects of a recombinant buckwheat trypsin inhibitor (rBTI) on the induction of apoptosis of the human K562 cell line were investigated by MTT (3-[4,5-dimethylthiazol-2-yl]-2,5-diphenyltetrazolium bromide) assays and flow cytometric analysis. MTT assay showed that rBTI could specifically inhibit the growth of K562 cells in a dose-dependent manner, but there were minimal effects on normal human peripheral blood mononuclear cells (PBMCs). Furthermore, comparison the effects of rBTI on K562 cells with those of negative control (BSA and the complex of BSA and rBTI) revealed that rBTI was highly toxic to K562 cells, and BSA hardly had any inhibition on proliferation in K562 cells. The analysis of flow cytometric indicated that the apoptosis of K562 cells were 31.0%, 32.8%, 35.3% and 52.1% after treated by rBTI in range of 12.5—100 μg/ml, respectively. The results suggested that rBTI can induce apoptosis of K562 cells and that it might be a potential protein drug of the trypsin inhibitor family.
.
CEREALI INTEGRALI (MA NON LE "FIBRE DIETETICHE" DELLA FARMACIA, E NON CERTO LE PATATE) PROTEGGONO DAL CANCRO AL COLON
Cereals, cereal fibre and colorectal cancer risk: a review of the epidemiological literature. (Autore: Hill MJ.). Eur J Cancer Prev. 1997 Jun; 6(3):219-25.
The large bowel is one of the major sites of cancer incidence and mortality in most western countries. In early studies most effort was expended in trying to find the causal factor, but the direction changed when Burkitt and Walker promoted the idea that the cancer could be prevented by dietary fibre (DF). Early studies to try to confirm this hypothesis were hampered by problems concerning the definition of DF, and the lack of good analytical methods to quantitate its intake. There was, however, general agreement that DF is a complex carbohydrate of plant origin that escapes small bowel digestion and so reaches the colon. It was assumed that the major plant polysaccharide, starch, is completely digested in the small bowel, but this is not true. Thus, the identity of DF as non-starch polysaccharide is not true, and other evidence suggests that it accounts for only about 25% of the true intake of DF. Assay of 'resistant starch' is fraught with difficulty and so it is better at this stage to use fibre-rich food rather than inaccurate assays of DF in epidemiological studies. In this review, I have re-examined the epidemiological literature and have found that, whereas there could be dispute over the strength of the protection given by DF, there is no doubt about the protection afforded by cereal fibre. A further analysis of data from Europe, North America and Australasia shows that the fibre-rich foods, cereals are strongly protective, as are vegetables; fruits are neutral, while starchy root vegetables, if anything, promote colorectal cancer.


[Sottolineo l’ultimo periodo, che avrà fatto sobbalzare sulla sedia più d’uno (e stiamo parlando delle conclusioni in estrema sintesi di una revisione, non recente, di numerosi studi epidemiologici-statistici precedenti effettuati sul cancro al colon in rapporto agli alimenti): "I cereali integrali sono fortemente protettivi, così come le verdure; i frutti sono neutri, mentre i tuberi amidacei – patate e patate dolci – semmai favoriscono il cancro al colon". Tutto questo, aggiungiamo noi, ovviamente, in un'ampio e prolungato quadro epidemiologico, cioè di larga statistica e nel lungo periodo. Oggi, comunque, si è arrivati a dettagli, ma anche a scetticismo, superiori].


IMMAGINI: 1 e 2. Semi di grano saraceno grezzi e completi di guscio. 3. Semi di saraceno nudi, cioè sbramati, privati del guscio, ma non della pellicola interna. 4. Farina di saraceno. 5.. I tradizionali pizzoccheri di grano saraceno e frumento duro. 5. Pasta da cuocere di solo grano saraceno (per i celiaci).

AGGIORNATO IL 20 OTTOBRE 2016

Etichette: , , , ,

martedì 19 maggio 2009

SELENIO. Un antiossidante vitale. E se non ce ne fosse abbastanza nella dieta?

Dove trovare il selenio? Non è facile: la quantità negli alimenti vegetali soffre di grande variabilità, perché dipende anche dalle caratteristiche del terreno. Intere regioni sulla Terra sono carenti di selenio, mentre altre ne sono ricche, troppo ricche; tanto da porre qualche problema, visto che il selenio, potente antiossidante, è anche tossico in eccesso. E visto che il suo fabbisogno è minimo, si fa presto a cadere nell'eccesso. I naturisti e salutisti non vegetariani, perciò, possono alternare fonti di selenio vegetali e animali.
      Il tonno è una fonte abbondante di selenio, come mostrano le tabelle, ma se ne sconsiglia il consumo regolare a causa dell'altissimo tasso di inquinamento da mercurio, metallo neurotossico ineliminabile dall'organismo. Inutili o rischiose le "patate al selenio" della pubblicità. Meglio, allora, ricorrere alle più sane noci del Brasile. Ma, sia chiaro, una normale, variata e completa dieta naturale in Italia e in Europa non dà carenze di selenio.

      La pietra della luna (Selene) non interessa più solo i ricercatori di laboratorio, ma anche i "fanatici degli integratori" da bar di palestra, gli "sperimentatori" paranoici di diete strampalate, e anche chi giustamente si preoccupa che il proprio regime alimentare naturale sia completo e protettivo, e perciò dotato anche di selenio.
      La tentazione della compressa è grande, ma mai così rischiosa o inutile come in questo caso. Abituati a dipendere dai farmaci, a mantenersi in vita artificialmente come insegna la civiltà pubblicitaria e sanitarizzata di massa, i fissati delle pillole della felicità, dopo anni di vitamina C e betacarotene, si sono concentrati ora sul selenio. Tanto che la furba industria farmaceutica ("alternativa"? no, è sempre la stessa industria) propone in farmacia ed erboristeria decine di formule di integratori-miracolo a base di zinco, vit. E, selenio & C.
Come nelle favole delle Mille e una Notte, prendi una pasticca e puoi illuderti d’essere più giovane, sano e bello di prima, continuando a mangiare male come sempre. Siamo così affezionati alle cattive abitudini (Oscar Wilde, Ennio Flaiano) che ci teniamo che tutto resti "come prima" (Gattopardo).
      Perfino le frequentatrici più assidue dei negozi di alimentazione sana e "bio" non si rendono conto che gli integratori "naturali", oltreché dieteticamente diseducativi, non sono la quintessenza alchemica del mangiar "naturale", ma la sua negazione. Una sostanza "naturale", se isolata dalle centinaia di altre con le quali era sinergicamente legata e bilanciata nella pianta, non è più naturale. E perciò può essere inefficace o tossica.
Ora in Italia sono apparse perfino le patate ricavate da piante irrorate di selenio. Perché le patate? Perché sono un alimento di consumo popolare e povero di selenio, almeno in Italia (v. Tabella). L’Università è sempre senza fondi, quindi i produttori hanno facilmente trovato studiosi interessati all’esperimento. Ma servirà? Saranno utili e soprattutto sicure queste "patate antiossidanti", ovviamente più costose? Molti se lo sono chiesto.
      I nutrizionisti rispondono di no ad entrambi gli interrogativi. I terreni agricoli italiani ed europei, sono sufficientemente dotati di selenio. Una dieta normale bilanciata, e specialmente una naturale fondata su molte verdure, cereali integrali, legumi, noci, anche a non voler aggiungere il pesce, sarà più che sufficiente di selenio.
      Quanto selenio serve? Di questo "utile veleno" ne serve pochissimo, appena 55 milionesimi di grammo, cioè microgrammi (μg) al giorno. In tutto, ovvero sommando tutti gli alimenti di una giornata. Fino a circa 200 μg si può arrivare di tanto in tanto, ma già a 400 μg si è in fase tossica. E, ripetiamo, neanche si arriva al mezzo milligrammo (1 mg=1000 μg).
      Come si fa con queste misure minime ad aggiungere il selenio ad un ortaggio di massa e consumato in quantità come le patate? Senza neanche poter calcolare esattamente quanto selenio viene assunto? In Germania, dove hanno un debole per il kartoffel, sarebbe da irresponsabili. Nell’Italia cerealicola (farro, grano, polente, pane, pizze) la patata non è troppo popolare, e quindi i rischi sono limitati. Anche perché la patata al selenio costa di più, ed è quindi presumibile che l’industria italiana delle patatine, i ristoranti, i bar e le friggitorie non la utilizzino.
      Si obietterà: ma allora, che pensare delle noci del Brasile, che l’USDA, il Ministero dell’Agricoltura degli Stati Uniti, nelle sue famose tabelle nutrizionali, accredita di oltre 543 μg di selenio ogni 6-8 noci? (vedi la Tabella del selenio per i vegetariani)? E il baccalà, e il tonno nostrano, che ne sono ricchi? Si noti che un trancio di tonno fresco da 300 g ne ha almeno 330 μg (per i non vegetariani masochisti che amano anche fare il pieno di neurotossico mercurio, ineliminabile dall’organismo).
      Come si risponde? Che il selenio alimentare non è isolato come negli integratori. E che perciò le sinergie e i bilanciamenti tra le centinaia di sostanze naturali presenti nel cibo attenuano i rischi. Anche per il selenio, alle quantità presenti negli alimenti provenienti dall’Italia e dall’Europa, una dieta naturale basata su verdure, frutta, cereali integrali, legumi, noci, e in minor misura su cibi animali, non pone problemi tossicologici. Che invece pongono gli integratori, o anche una pianta irrorata di selenio.
      Ma ricordiamo come è utilizzato il selenio nell'organismo. Il selenio è un importante oligoelemento parte di vari enzimi antiossidanti (come il potente glutatione) che agiscono nel corpo a difesa delle cellule dallo stress ossidativo. E’ coinvolto in innumerevoli processi vitali, comprese l’utilizzazione dello iodio da parte della tiroide e la sinergia con l’antiossidante vitamina E.
      Nella pratica dell’alimentazione naturale si ricava soprattutto da cereali integrali e vegetali d’ogni tipo, per il semplice fatto che si consumano ogni giorno in grande abbondanza. Infatti, le sue fonti teoriche maggiori, cioè i pesci e alcune carni, non possono essere consumate né in eccesso né di frequente. Basti considerare i rischi cancerogeni delle carni cotte, e l’inquinamento grave da mercurio del tonno.
      Il naturista non vegetariano, perciò, potrà integrare la dieta di preferenza con pesci piccoli e frutti di mare. Il vegetariano, perfino il vegan, non ha problemi col selenio, se la sua dieta abituale è varia e completa, fondata sui cereali integrali, legumi, verdure e semi oleosi (v. articolo e Tabella sul blog Love Vegetarian).
      Gli alimenti ricchi di selenio sono ricercati perché numerosi studi hanno provato l’azione antiossidante - anche insieme con la vitamina E - e anticancerogena del selenio, oltre all’azione favorevole sulla crescita e lo sviluppo regolare. Per l’Italia la dose raccomandata giornaliera è di 55 μg. Ma la normale alimentazione già supera in vari casi questo limite: anche 100 μg. Non si consiglia di superare i 200 μg. La quota massima tollerabile è 400 μg. Quantità superiori assunte a lungo (p.es. oltre 1 mg/giorno) hanno provocato la sindrome della selenite, con nausea, vomito, affaticamento, irritabilità, depressione, alito cattivo, perdita di capelli, caduta delle unghie. La vitamina E e lo iodio sono in sinergia col selenio. Può avere carenze chi ha una dieta molto privativa (dieta dimagrante, casi di anoressia, diete di anziani ecc.). Sono a rischio anche le persone che vivono in zone in cui il terreno è carente di selenio, come alcune regioni in Cina (malattia di Kashin-Beck), USA e Nuova Zelanda. Chi segue una dieta naturale, o anche una dieta corretta ed equilibrata non ha bisogno di integrare con "patate al selenio", né di abbuffarsi con noci del Brasile o tonno.

TERAPIA E STUDI. Tutti mettono in evidenza che il selenio a piccolissime dosi è collegato ad una minore incidenza di tumori e malattie cardiovascolari. Ma alti livelli di selenio nel sangue sono associati statisticamente ad un aumento di mortalità totale e di diabete. In uno studio sulla popolazione degli Stati Uniti pubblicato da Archives of Internal Medicine le concentrazioni di selenio nel sangue sono state misurate per 12 anni in 14.000 soggetti, e messe a raffronto con la mortalità totale, per tumori e cardiovascolare. Ebbene, nei soggetti del gruppo con più selenio c’è stata una diminuzione del rischio di mortalità per tutte le cause del 17%, e di mortalità per tumori del 31%, rispetto al gruppo con valori più bassi di selenio. Livelli molto alti di selenio nel sangue (oltre 150 ng/mL) sono risultati associati ad un significativo aumento del rischio di mortalità totale. Perciò, lo studio non ha messo in luce nessuna protezione da eventi cardiovascolari (come l’aterosclerosi, correlata ad un eccessivo stress ossidativo). Come si vede, si cade dalla padella alla brace.
      In margine, va detto che l’assunzione quotidiana di selenio negli Stati Uniti è superiore a quella raccomandata, e infatti la popolazione di adulti esaminata aveva livelli medi di selenio molto alti, superiori a quelli europei: oltre 95 ng/mL, maggiori quindi dei 70-90 ng/mL ideali per un’efficiente attività enzimatica di difesa dallo stress ossidativo. Probabile, quindi, l’uso di massa di integratori, perché il terreno negli Usa in alcune zone è più povero di selenio che in Europa.
      In sintesi, i risultati di questa ricerca confermano l’effetto protettivo del selenio su mortalità e cancro, fino a valori di 130 ng/mL nel sangue, ma provano anche che concentrazioni superiori non solo non danno benefici, ma possono essere dannose:

SERUM SELENIUM LEVELS AND ALL-CAUSE, CANCER, AND CARDIOVASCULAR MORTALITY AMONG US ADULTS. Joachim Bleys, Ana Navas-Acien, Eliseo Guallar. Arch Intern Med. 2008;168(4):404-410.
Background - Selenium, an essential trace element involved in defense against oxidative stress, may prevent cancer and cardiovascular disease. We evaluated the association between selenium levels and all-cause and cause-specific mortality in a representative sample of US adults.
Methods - Serum selenium levels were measured in 13 887 adult participants in the Third National Health and Nutrition Examination Survey. Study participants were recruited from 1988 to 1994 and followed up for mortality for up to 12 years.
Results - The mean serum selenium level was 125.6 ng/mL. The multivariate adjusted hazard ratios comparing the highest with the lowest. There was no association between serum selenium levels and cardiovascular mortality.
Conclusions - In a representative sample of the US population, we found a nonlinear association between serum selenium levels and all-cause and cancer mortality. Increasing serum selenium levels were associated with decreased mortality up to 130 ng/mL. Our study, however, raises the concern that higher serum selenium levels may be associated with increased mortality.

AGGIORNATO IL 9 GIUGNO 2016

Etichette: , , ,

giovedì 23 aprile 2009

BROCCOLI, crescione, rucola & C. Ma meglio crudi i glucosinolati anti-cancro.

Gli americani rubano tutto, si sa. A partire dal jeans (deformazione fonetica da “Genoa’s”), il nostro vecchio “tessuto Genova”, un tempo colorato con indaco, così indistruttibile che – logica anticonsumistica degli Antichi – in origine era destinato solo ai mantelli dei Re, ma poi divenne tipico di marinai (anche Garibaldi aveva pantaloni in tessuto Genova: sono esposti al Museo del Risorgimento, al Vittoriano) e operai. Ma anche le stesse bevande alla cola, presenti con finalità medicinali nelle farmacie d’Europa e d’Italia fino agli inizi del Novecento, al telefono (è nota la vicenda di Bell e Meucci). E una volta rubato, cioè volevo dire “riscoperto”, “valorizzato”, sùbito corrono a registrarlo. Nel loro famigerato ufficio brevetti devono assumere solo impiegati convinti che al Mondo esistano solo gli Stati Uniti. Al massimo anche il Canada e la Gran Bretagna. Così hanno reinventato la “pizza” (almeno così crede la maggioranza degli americani), così hanno “scoperto” – sostiene una vulgata alimentata da un ufficio marketing zelante e fantasioso – un “antichissimo frumento egiziano miracolosamente trovato nelle tombe dei Faraoni”! Non carbonizzato? Ebbene, grani del tutto simili a questo turanicum si coltivano ancora sulle colline del Teramano, in piena Italia. E danno pane e pasta a volontà. Altro che grano d’Egitto!
      Anche dei broccoli, che sono tipicamente italiani, hanno fatto, al solito, una bandiera abusiva, anzi una mania, non appena si sono diffusi i dati sul potere antitumorale di queste e altre verdure che in Europa si mangiano tradizionalmente, alcune almeno dal tempo dei nostri Etruschi, grandissimi agronomi sperimentali che crearono e migliorarono molte delle colture oggi più diffuse, tra cui i broccoli (Brassica oleracea, convar. Botrytis, var. Italica) e le Brassicacee in genere (tutta la numerosa famiglia dei cavoli, in latino brassica), un tempo dette Crucifere per il piccolo caratteristico fiore con i petali a croce.
      E’ fastidioso, in particolare, che anche dei broccoli abbiano fatto un mito commerciale e consumistico (ché senza consumismo gli Americani non possono vivere), con la scusa di motivazioni nutrizionali, preventive, gastronomiche. Del Re-broccolo, così, abbiamo tutto: poster, libri, inutili estratti, ridicoli integratori, perfino t-shirt. Mancano solo i dolci (ma anche per questi si staranno attrezzando…). Tossicologi e farmacologi sono attratti dall’insolita “cattiveria” dei broccoli verso le cellule cancerose, letteralmente spinte al suicidio. Ecco un nostro articolo sui broccoli, con alcuni studi scientifici.
      Ma la scienza trova sempre nuovi particolari, nuove condizioni più precise, nuove eccezioni (che la gente incolta, al solito, prende stupidamente per “smentite”: “Signora mia, ora dicono che fa bene, ora che fa male: non si sa a chi credere…”). Studi più approfonditi mostrano che queste verdure non sempre funzionano da efficace anti-cancro. Come mai? Per differenze genetiche nell’uomo che le consuma.
Intanto, un passo indietro per un miglior quadro scientifico d'insieme. Le Crucifere sono un’importante famiglia di ortaggi e verdure (cavoli, broccoli, rucola o rugola o rughetta, crescione, rapa, ravanello, broccoletti di rape o cime di rapa, cavolo-broccolo, cavolfiore, sedano-rapa, senape, rafano ecc.) caratterizzata da gusto amarognolo e leggermente piccante da crudo, e da un caratteristico sgradevole odore solforato alla cottura. I principi attivi sono gli indolo-glucosinolati, potenti pesticidi naturali con cui la pianta si difende da vermi e funghi, ma che sull’uomo hanno effetto anti-cancro.
      L’enzima mirosinasi (presente nella pianta, ma anche nel colon umano) durante la masticazione, in presenza di acqua o saliva, scinde i glucosinolati in tiocianati (come la glucobrassicina nei cavoli, gluconasturzina nel crescione, glucorafanina nel rafano e nel ravanello, e così via), che sono i veri agenti anti-cancro nell’organismo, specializzati non solo nel contrastare la formazione delle cellule cancerose, ma anche nell’attivare la fase II antitumorale inducendo le cellule cancerose già formate al suicidio programmato (apoptosi). Secondo altri studi i veri agenti antitumorali (specialmente nei carcinoma al polmone dei fumatori e cancri al colon-retto) sarebbero i successivi metaboliti dei tiocianati, come l’indolo-3-carbinolo e altri indoli.
      Questi indolo-glucosinolati hanno anche effetti secondari negativi. Un effetto inibitorio sulla secrezione dell’ormone tiroideo tiroxina da parte della tiroide, e un’azione chelante anti-iodio, nel senso che si combinano chimicamente al minerale rendendolo indisponibile. Le crucifere perciò sono considerato cibi "gozzigeni" in caso di consumi notevoli per lunghi periodi e su individui (e-o in aree geografiche) predisposti geneticamente, o a causa di carenze alimentari gravi di iodio.
      I glucosinolati e i tiocianati però sono molto ridotti dal calore (cottura). Il cattivo odore della cottura ad alto calore o prolungata sarebbe dovuto proprio alla degradazione eccessiva di questi composti indolici. Quindi, più cattivo odore si percepisce, più andranno perse nell’aria le sostanze attive degradate dalla cottura, e meno efficaci saranno le verdure dal punto di vista preventivo. La cottura breve al vapore o a coperchio chiuso riduce questo fenomeno.
       E' importante perciò consumare le poche Crucifere che si possono mangiare crude: rucola o rughetta, foglie di ravanello, crescione, cavolo rosso (o cappuccio verde-chiaro). Il crudo vuol dire porzioni di 100 g anziché 250 g, e sicuramente maggiore presenza di tiocianati anti-cancro attivi
      Ebbene, è recente la notizia che l’azione protettiva dei tiocianati non si manifesta nello stesso modo in tutti i soggetti. Diciamo che dipende anche dal patrimonio genetico individuale. A trattarne è un articolo del prestigioso American Journal of Clinical Nutrition. "In effetti – commenta il genetista Flavio Garoia dell’Università di Ferrara, interrogato dal Corriere della Sera – lo studio ha mostrato che alcuni individui, a causa di una anomalia genetica, sono sprovvisti di un enzima coinvolto nel metabolismo degli isotiocianati. Questo porterebbe ad eliminarli più velocemente nelle urine, accorciando i tempi della loro attività".
      E' vero, si parla poco di queste diversità individuali nella risposta alle sostanze naturali, come anche ai farmaci. Il metabolismo delle varie sostanze, insomma, può cambiare a seconda delle caratteristiche anatomiche, biologiche e funzionali del soggetto. Il che potrebbe spiegare perché studi su popolazioni differenti abbiano dato risultati più diversi sugli effetti antitumorali delle diete ricche di vegetali.
      E chissà che, aggiungiamo, data l’importanza dei molteplici sinergismi tra le migliaia di sostanze chimiche alimentari, anche la dieta nel suo complesso, cioè gli altri cibi che l’uomo consuma oltre alle crucifere, non condizionino l’assorbimento e quindi l’attività dei tiocianati.
      Perciò – conclude Garoia – “studiare i meccanismi genetici che condizionano la risposta individuale alle sostanze degli alimenti, sia protettive, sia cancerogene, potrebbe essere di grande aiuto per la prevenzione dei tumori”.

Ecco la sintesi dello studio, presentato al simposio del V Congresso Internazionale di Nutrizione Vegetariana, tenutosi negli Stati Uniti (Loma Linda, CA, 4-6 marzo 2008):

INTERINDIVIDUAL DIFFERENCES IN RESPONSE TO PLANT-BASED DIETS: IMPLICATIONS FOR CANCER RISK. Johanna W Lampe. Am J Clin Nutr, May 2009, vol. 89 no. 5, 1553S-1557S. Fred Hutchinson Cancer Research Center and Nutritional Sciences Program, Department of Epidemiology, University of Washington, Seattle, WA. 

Genetic differences in taste preference, food tolerance, and phytochemical absorption and metabolism all potentially influence the effect of plant-based diets on cancer risk. Diet is a mixture of carcinogens, mutagens, and protective agents, many of which are metabolized by biotransformation enzymes. Genetic polymorphisms that alter protein expression or enzyme function can modify risk. Genotypes associated with more favorable handling of carcinogens may be associated with less favorable handling of phytochemicals. For example, glutathione S-transferases detoxify polycyclic aromatic hydrocarbons and metabolize isothiocyanates, which are chemopreventive compounds in cruciferous vegetables. A polymorphism in the GSTM1 gene results in lack of GSTM1-1 protein. Pharmacokinetic studies suggest that lack of GSTM1 enzyme is associated with more rapid excretion of the isothiocyanate sulforaphane; therefore, individuals who have this genetic variation may derive less benefit from consuming cruciferous vegetables. Flavonoids are conjugated with glucuronide and sulfate and are excreted in urine and bile. Polymorphisms in UDP-glucuronosyltransferases and sulfotransferases may contribute to variability in phytochemical clearance and efficacy. Genetic polymorphisms in enzymes that metabolize phytochemicals may account in part for variation in disease risk and also have to be considered in the context of other aspects of human genetics, gut bacterial genetics, and environmental exposures.


IMMAGINI. 1. Una infiorescenza di broccolo. 2. Foglie e fiori caratteristici del crescione d'acqua (Nasturtiun officinale), la più squisita e saporita delle verdure ricche di glucosinolati. A differenza dei broccoli il crescione si può mangiare crudo in insalata o contorno.

AGGIORNATO IL 4 MAGGIO 2017

Etichette: , , , , ,

mercoledì 2 maggio 2007

PEPERONCINO. No alle solite leggende: può far bene, ma anche male, molto male

“Fa bene al sesso, cura tutte le malattie”, scrivono negli opuscoli di propaganda i maniaci del peperoncino piccante (diverse specie e varietà piccanti del genere Capsicum, il medesimo del peperone comune non piccante). Lo stesso ripetono nei bar di provincia del Sud d’Italia e del Mondo, dall’India alla Calabria, all’Abruzzo, dal Messico alla Spagna, da Cuba al Brasile al Sud-Est asiatico. E ora, ovviamente, l’eccesso di peperoncino è reclamizzato anche nei più balordi siti di Internet, luogo ideale per ciarlatani e creduloni. E’ una mania.
      Ma fa davvero sempre bene? No, può fare male, anche molto male. Perché il sapore piccante, non è di per sé sinonimo di “cibo sano e terapeutico”, anzi, dal punto di vista biologico ed evolutivo è una spia di cibo potenzialmente tossico, che – oggi sappiamo – solo una dieta generale antiossidante ricca di verdure e frutta può neutralizzare e consentire, entro certi limiti (es: una alimentazione naturale all’antica, ma rivista secondo la scienza moderna).
      GLI EUROPEI HANNO FATTO CONOSCERE IL PEPERONCINO IN ORIENTE E IN AFRICA. Il peperoncino o peperone piccante, originario del Centro-Sud America, fu scoperto da Cristoforo Colombo, che dopo aver esplorato l’isola che oggi si chiama Haiti così annotava sul giornale di bordo, nel 1493: «Gli indigeni condiscono il loro cibo con una spezia più forte del pepe, che chiamano aji». Portato in Europa è diffuso subito dagli Europei in tutto il Mondo, comprese India e Africa, che oggi “non possono vivere senza” e ne fanno una propria bandiera, ignorando la Storia. Grazie alla sua facilità di acclimatazione e coltivazione, e al bassissimo costo, negli strati popolari sostituì il pepe, allora costosissimo, che supera in piccantezza, ma non certo in aroma, perché ne è praticamente privo.
      Questa superstizione popolare ha origine evidentemente da remote contrapposizioni economiche e invidie sociali: nell’Antichità i tanti poveri invidiavano il costosissimo pepe dei pochissimi ricchi o nobili. Anche per questo il gusto piccante, allora collegato soltanto al pepe ma oggi identificato nel peperoncino, si è diffuso così tanto. 
Scala Scoville del piccante
Così, il peperoncino piccante ha finito per modificare la gastronomia e il costume alimentare d’ogni Paese, migliorando, nobilitando e rendendo interessanti pietanze povere, squallide,  insapori. Pensiamo solo al curry e alle centinaia di cibi piccantissimi, tutti a base di peperoncino, di cui gli Indiani, i Cinesi e gli altri Orientali, gli Africani e tutto il Sud del Mondo oggi non potrebbero fare a meno. E come sono esigenti in Europa gli originari del Centro e Sud-America nel richiedere certe “loro” varietà ultra-piccanti (altrimenti neanche l’acquistano)!
      Attualmente il Carolina Reapert è considerato il peperoncino più piccante del mondo: 1.569.300 gradi della scala Scoville, e se la batte col Bhut Jaolokia (v. tabella accanto). Per capire quanto siano piccanti basta considerare che un jalapeno arriva al massimo a 8.000 punti. Quando si mangia un peperoncino del genere, è bene masticarlo a lungo, mettendo in conto bruciore insopportabile, lacrimazione, perfino conati di vomito, per evitare danni allo stomaco. Pazzie da battitori di primati.
      E anche la nostra Calabria non si sente seconda a nessuno: a sentire le vanterie degli opuscoli sembra quasi che il peperoncino sia stato scoperto sulla Sila! Suvvia, un minimo di ragionevolezza. D’accordo, il cibo si modifica con gli scambi commerciali e l’estensione delle colture agricole, però dovrebbero ogni tanto meditare sul fatto che non è un loro cibo originario, ma è culturalmente importato, frutto della prima “globalizzazione” (quella innescata dalla scoperta dell’America), insomma una tradizione abbastanza “recente”. E allora c’è davvero da chiedersi: ma come diavolo avranno condito i cibi per migliaia di anni, prima che l’italiano Colombo facesse conoscere il peperoncino?
      Sono state create numerosissime varietà locali, in una stupida corsa dei popoli e relativi agronomi, a creare “la varietà più piccante di tutte” (v. tabella), ovviamente a scopo pseudo-salutistico, cioè commerciale, non scientifico biologico, perché negli esperimenti di laboratorio i ricercatori usano la capsaicina pura.
      Nell’uso culinario, il peperoncino è usato sia come frutto intero, fresco o essiccato, sia in polvere. Però, a differenza del peperone dolce, ugualmente di origine americana, non è un alimento, ma una spezia, da usare in tracce, tutt’al più a grammi. E sempre a crudo. A proposito, non perché si degradino molto capsaicina e capsaicinoidi, anzi, relativamente piuttosto stabili, quanto perché la cottura rovina il suo sapore.
      LA PICCANTISSIMA CAPSAICINA, STRANO, MA NON HA UN SUO SAPORE. Il gusto bruciante del peperoncino, il senso del piccante, è dovuto alla reazione di difesa del corpo umano all’alcaloide capsaicina (8-metil-N-vanillil-6-nonenamide) e in minor misura al suo derivato diidrocapsaicina e ad altri capsacinoidi minori. Ma per un curioso paradosso la capsaicina è di per sé priva sia di odore che di sapore. La reazione del corpo umano (gli uccelli, p.es. non l’hanno) avviene con un meccanismo biologico molto complesso, che inizia quando la capsaicina va a colpire i recettori vanilloidi TRPV1 posti sui neuroni delle terminazioni nervose libere presenti all’interno delle papille gustative sulla lingua e anche nel resto della cavità orale, faringe e pelle del viso, tutte collegate al nervo trigemino (Paliotto S., tesi Univ. Padova).
      La capsaicina e quindi lo stesso peperoncino hanno una fortissima azione irritante sulle mucose (per contatto diretto), comprese quelle dell’occhio: perciò la capsaicina è oggi usata come spray per auto-difesa (acceca e immobilizza temporaneamente, a causa del dolore provocato). Ma l’azione irritante sulle mucose interne può avere qualche vantaggio, perché stimola una potente reazione adattativa del corpo, che aumenta le secrezioni protettive dei fluidi (naso-bronchiali, digestivi ecc.) aiutando a liberare le vie nasali, a fluidificare il muco (come si spiega meglio più avanti), a eliminare virus e batteri, a facilitare la digestione gastrica.
Peperoncino e diverse sue parti (da Supalkova et al 2007 tradotto 2)      QUAL E’ LA PARTE PIU’ PICCANTE DEL PEPERONCINO? La capsaicina si trova in concentrazione più alta, però, non nei semi, come vuole una diceria popolare (anzi i semi ne sono i più poveri), ma nell’ovario o placenta (quella caratteristica membrana – si veda la figura – che sorregge i semi). 
      I semi curiosamente hanno le sostanze capsacinoidi in superficie ma non all’interno. E se il piccolo studio citato (v. tabella) riguarda soprattutto varietà in uso nell’Europa Centro-Orientale, la tendenza è comunque generale, e tocca quasi tutte le varietà di peperoncino: la capsaicina, cioè la sostanza più piccante, decresce dall’ovario o placenta alla polpa inferiore, alla polpa superiore, ai semi. Anche il famoso jalapeño messicano e statunitense mostra all’analisi della gascromatografia che la capsaicina è 0,21 mg/100g nella parete esterna e ben 18.37 mg/100g nelle membrane interne (Huffman et al. 1978). Questo vecchio studio sullo jalapeño ci dice anche che esiste un “sapore” del peperoncino, a parte la capsaicina, attribuito a 2-isobutil-3-metoxipirazina. E anche questa sostanza è distribuita in modo non uniforme: da 0 nel seme a 88,33 ng/g nelle pareti esterne (peso a secco). La cottura altera gravemente questo sapore. Mentre altri studi sostengono che capsaicina e capsaicinoidi sono chimicamente piuttosto stabili: restano inalterati per lungo tempo, anche dopo cottura – immaginiamo moderata – e congelamento.
      Cade, comunque, la leggenda popolare che basti eliminare i semi per privare il peperoncino della sua componente più piccante e tossica. Quindi gli amanti del piccante che criticano il peperoncino in polvere perché a differenza di quello intero comprende anche i semi, a loro dire “dannosi”, sbagliano. E, d’altra parte, nel peperoncino fresco noi gettiamo via istintivamente proprio i filamenti interni e i semi, riducendo così i rischi.
      QUALI SONO I CIBI CHE VEICOLANO E “SPENGONO” IL PICCANTE. In caso di ingestione avventata di troppo peperoncino o di pietanza troppo piccante, che fare? L’acqua non serve a spegnere il bruciore, lo imparano subito i ragazzi, a proprie spese. La capsaicina è sostanza non idrosolubile ma liposolubile, cioè solubile nei grassi (p.es. un pezzetto di burro o un cucchiaio di olio di oliva). Ma è più gradevole ricorrere a yogurt, latte (e più grassi sono, cioè al 3,5%, meglio è), panna e formaggi molli (stracchino, robiola, mascarpone, gorgonzola ecc.) che si sciolgono in bocca rapidamente formando uno strato protettivo grasso che smorza immediatamente (in realtà impedisce di sentire) la sensazione dolorosa del piccante. Sono i soli cibi che ci permettono di assumere peperoncino e pepe lontano dai pasti. Invece, la mollica di pane non è adatta: è lenta a “spegnere l’incendio” perché comincia a essere un po’ efficace solo dopo essere stata ben masticata, cosa che nel caso dei cereali (da soli) può richiedere anche più d’un minuto. Lo stesso per tutti i cereali e i fiocchi di avena puri, cioè non conditi. Infatti, la pastasciutta e il riso vanno bene non perché cereali, ma per il loro condimento o salsa grassa. Come rimedio immediato, se ci troviamo alla fine del pasto, va benissimo anche la cioccolata, ottimo veicolo per ingerire, coprendo abbastanza bene il sapore piccante, incredibili quantità di pepe, peperoncino e zenzero quando non si sa come assumerli lontano dai pasti  (v. tradizione di panforti e panpepati), solo un po’ meno bene i datteri, (v. nell’antica Roma i datteri cosparsi o farciti di pepe), pochissimo adatti invece i fichi secchi, che vogliono lunga masticazione.
      Così, diluendo o accompagnando con cibi adatti il peperoncino e le altre spezie piccanti, salviamo lingua, bocca ed esofago, che sono ancora più delicati dello stomaco rispetto al piccante, non avendo mucose così ben protette. Infatti, il peperoncino e altre spezie piccanti non devono trovarsi mai a contatto diretto con le mucose digestive, se non vogliamo cadere nel rischio di irritazioni che col tempo potrebbero diventare lesioni, ma sempre devono essere ben amalgamate (se in polvere) o inserite (se a pezzi o in semi) in un veicolo grasso (olio, burro, yogurt, formaggi molli, a sua volta diluito in una pietanza. Quindi, mai a stomaco vuoto o lontano dai pasti, se non ricorrendo ai cibi detti, in emergenza.
      ASPETTI ANTROPOLOGICI E PSICOLOGICI. In Oriente sono molti coloro che senza saperlo sono seguaci di Mao Tse Tung, che amava il piccante per tre motivi: in quanto orientale, maschio, e rivoluzionario. E anche il suo allievo latino-americano Che Guevara, nonostante che fosse medico (o forse proprio per questo), credeva che il piccante fosse una miracolosa e quasi gratuita medicina, tipica degli Eroi della “Revoluciòn”.
      Un machismo come un altro: “rivoluzionari” o no, i maschi di mezzo mondo in cuor loro si sentono eroi di una strana supremazia virile, quella che consiste nel restare insensibili al dolore da bruciore. Anche i nostro lontani Antenati nelle più lontane campagne erano convinti che tutto ciò che brucia, che fa soffrire, “tempra”, rafforza fisico e carattere. Altro che femminucce sensibili… Controprova? I Cinesi oltre al piccante amano anche il bollente: tè e zuppe, ma anche semplice acqua bollente, che bevono al posto del tè. Ma la scienza è meno eroica, e infatti patiscono per queste due fissazioni derivanti da pregiudizi paesani molti tumori a bocca, esofago e stomaco.E poi ci sono i sostenitori fanatici autonominatisi “esperti” del peperoncino piccante, capaci anche se non leggono gli studi e odiano la scienza, di scrivere opuscoli che ne elencano senza il minimo senso critico mirabolanti proprietà, sempre ignorando o tacendo sui suoi effetti secondari gravi.
      GLI EFFETTI SULLA SALUTE. EVIDENZE SCIENTIFICHE DEL PRO E CONTRO. Una sintetica ma fondamentale review passa in rassegna gli studi più seri sul peperoncino e sulla capsaicina, sulla base di 50 riferimenti scientifici, mostrando che questo condimento, analogamente al suo principio attivo, ha “due facce”, come il dr. Jekyll-Mr.Hide. In alcuni casi sembra protettivo, cioè previene, ma in molti altri casi agisce in senso opposto, cioè aumenta il rischio, addirittura di cancro (la pubblicazione è specializzata in questo campo), specialmente in presenza di promotori del cancro. E gli studi che provano questa pericolosità  sembrano leggermente prevalenti. 
      QUANDO IL PICCANTE SERVE A COPRIRE UNA PESSIMA CUCINA SENZA SAPORI NE’ AROMI… Piace a tutti, certo, insaporire con un sapore deciso un piatto evidentemente scondito. Ma perché è insapore, perché è scondito? Questo è il fondamentale punto da sottolineare: non si usano per ignoranza e ineducazione le tante erbe aromatiche e i tanti sapori delicati offerti dalla Natura, e si preferisce coprire tutto con un solo sapore pungente, rozzo e invadente che fotografa in modo impietoso la mancanza di gusto e raffinatezza del cuoco. 
      Fateci caso: i grandi utilizzatori del piccante in genere non capiscono nulla di gastronomia, sono gente di bocca buona. Il piccante anestetizza la lingua e il gusto (v. sotto, l’effetto di assuefazione legato alla distruzione dei neuroni delle papille gustative, anestesia da cui però discende anche un uso terapeutico anti-dolorifico di questa spezia). Quindi chi usa regolarmente o troppo peperoncino finirà per non apprezzare più i buoni e delicati sapori dei vari alimenti.
      Ormai si può dire che la cucina italiana di massa cade in tre eccessi: è tutta rossa e acidula di pomodoro, verde e amara di rucola, piccante di peperoncino. Un appiattimento mai verificatosi in passato. E i mille sapori delle pietanze, e i gusti delicati, e le sfumature e gli accostamenti? Spariti. Come le mezze stagioni.
      Per fortuna tutti e tre questi invadenti alimenti sono antiossidanti e benèfici. Il peperoncino, però, lo è solo se consumato con prudenza. Perché? Perché, anche un bambino lo capisce, è diverso dagli altri cibi con proprietà protettive e antiossidanti: è molto piccante, anzi è il cibo più piccante che esiste.
      Ma alla luce dell’ecologia, dell’evoluzione e anche della tossicologia e della biologia dell’uomo, il piccante ha sempre un valore negativo. In Natura il sapore piccante è interpretato come un segnale di pericolo, un avvertimento della specie al predatore (e l’uomo, tanto più se vegetariano o naturista, dopo gli animali erbivori è il “predatore” per antonomasia di vegetali), proprio come gli aculei d’un istrice o le affilate unghie d’un gatto dovrebbero dissuadere i loro attaccanti carnivori. La differenza è che il piccante “avverte” in tempo il predatore: si pensi ai tanti funghi velenosi di sapore piccante.
      E che il peperoncino possa non solo far bene (è, tra l’altro efficace antidolorifico e mucocinetico), ma anche far male, non è frutto di chissà quali revisionismi anti-Natura di oggi: è ingenuo, sottoculturale e anti-naturista idealizzare la Natura come “buona” in ogni caso, come ben sapeva il saggio Socrate mentre beveva la cicuta. Del resto la selezione dei cibi tra tutti quelli possibili, spezie comprese, è interamente opera dell’Uomo. Già nel mio Manuale di Terapie con gli Alimenti (1995) sulla base di numerosi studi, anche di ricercatori indiani, che di piccante s’intendono e vedono ogni giorno numerosissimi cancri alla bocca, allo stomaco e al fegato (l’Estremo Oriente è primo al Mondo!) si poneva il problema dei danni da cibi piccanti. Come, p.es, lo studio di oncologi di Bombay (India) sui topi, il quale evidenzia che «chilli acts as a promoter in stomach and liver carcinogenesis», cioè il peperoncino agisce come un promotore della carcinogenesi in stomaco e fegato (Agrawal et al.), lo studio di Toth e coll. che avevano osservato tumori duodenali in animali trattati con capsaicina, e lo studio degli indiani Chitra e coll.
      Ma i primi giudici sono gli scienziati indiani, visto il quotidiano e larghissimo consumo di peperoncino in India. Ebbene, in studi caso-controllo in India è risultato che il consumo di cibi piccanti e peperoncino portava a un più alto rischio di cancro gastro-intestinale (Mathew et al. 2000; Phukan et al.2001). Una ricerca ha suggerito che le spezie possano o aumentare la permeabilità intestinale epiteliale attraverso un allentamento dei contatti tra cellule (p.es. nel caso di paprika, pepe di cayenna, peperoncino) o diminuire la permeabilità (p.es. pepe nero, noce moscata), probabilmente attraverso il rigonfiamento cellulare. Sembra che le spezie Solanacee (appunto, il peperoncino) aumentino la permeabilità delle cellule alle macromolecole (Jensen-Jarolim et al.1998). Anche se questi dati riguardavano l’insorgenza di allergie alimentari e intolleranze, potrebbero valere anche per il potenziale effetto sul cancro, conclude una review sulla più importante rivista scientifica di nutrizione clinica (Lampe 2003).
      Come spiegare questa ambivalenza del peperoncino, o forse questo limite della ricerca? Gli studiosi Bode & Dong avanzano varie ipotesi, tra cui i metodi stessi degli esperimenti, negli studi di laboratorio e clinici la differenza tra studi col peperoncino-alimento, cioè al naturale, e studi con la capsaicina pura standardizzata; ma negli studi epidemiologici anche la scelta non razionale dei soggetti e delle aree geografiche. In uno studio condotto in Nord Italia risultava la non tossicità della spezia; ma hanno avuto buon gioco i ricercatori dell’America Latina, che conoscono bene i “loro polli”, a contestare lo studio affermando che nel Nord Italia non si consuma così tanto peperoncino come nel Centro e nel Sud America, dove invece i danni sono evidenti.
      Consigliamo, perciò, gli appassionati del peperoncino di leggere – è nel facile inglese scientifico – la citata review di Bode & Dong: è integrale, piuttosto breve, non è difficilissima, e può essere scorsa anche da medici di base e pubblico non specializzato. Rivela, tra l’altro, che perfino le creme antidolorifiche alla capsaicina (per uso topico, cioè per applicazione esterna, tipico il massaggio sulla pelle), se usate per lunghi periodi, come in certi dolori da diabete o da artrite, aumentano i rischi di cancro, sotto forma di tumori della pelle, probabilmente favoriti dall’irradiazione solare che agisce come cancer promoter.
      ALTRI STUDI, DALLO STOMACO AL FEGATO, ALL'APPARATO URINARIO. Un problema dibattuto è se aumenti o diminuisca il rischio ulcera gastrica, e irriti o lesioni fegato e reni. Su questo ci sono studi con esiti diversi: alcuni (Myers e coll). hanno documentato danni al DNA e sanguinamenti nello stomaco simili a quelli ottenuti con l’aspirina; altri dopo un pasto “messicano” con 30 g di peperoncino jalapeño in 12 volontari non hanno visto erosioni allo stomaco (Graham e coll.).
      Del resto, tutte le spezie se usate in eccesso, cronicamente e insieme tra loro (il che spesso amplifica gli effetti, positivi e negativi), danno rischi. Come la yaji, popolare salsa ricca di spezie (peperoncino, pepe nero, chiodo di garofano e zenzero) usata quotidianamente in Nigeria, che ha fatto mettere le mani nei capelli ai biopatologi nigeriani in uno studio che riporta il maggior rischio di necrosi del fegato (Nwaopara e coll.) e altri danni tra cui una potente reazione immunitaria, infiammazioni, e nei casi più gravi nefropatie, lesioni cutanee, fibrosi, cirrosi epatica (A.A. Eddy). Ma sono evidentemente, come nella dieta di alcuni strati popolari urbani in Asia e Africa, casi legati ad alimentazione carente di cibi antiossidanti, poco o nulla riferibili alla nostra alimentazione. Però denunciano quello che potrebbero fare le spezie se assunte in modo sbagliato e in diete sbagliate, come può accadere anche da noi in anziani, malati, giovani, soggetti culturalmente isolati ed emarginati.
      Più vicini a noi i rischi di irritazione e infiammazione nell’ultimo tratto intestinale e ancor più alle vie urinarie, e talvolta – nei casi di abusi prolungati – con maggior rischio di prostatite (la prostata è molto sensibile alle spezie irritanti) e perfino, a lungo andare, di tumore della prostata.
      Il pungente peperoncino aiuta come efficace mucocinetico a eliminare il catarro bronchiale, ma intanto provoca quel sintomo leggero e passeggero chiamato ialoproctite (bruciore anale). Per uso topico, cosparso in soluzione oleosa sulla parte dolorante, è un potente antidolorifico (infatti era presente nel rimpianto “Linimento Sloan”), perché interrompe la trasmissione del dolore attraverso le fibre nervose periferiche (ma in alcuni casi agisce perfino sui neuroni centrali, ha provato la rivista Pain), attutendo o facendo cessare dolori e pruriti post-erpetici che magari duravano da anni (“fuoco di S.Antonio” o herpes zoster).
      Ma in individui e diete a rischio può provocare nuovi e gravissimi dolori, quelli da tumori della bocca, della gola, dell’esofago ecc. Vale la pena abusarne? No, decisamente no. E talvolta non vale neanche la pena usarne. Ai primi problemi, ai primi sintomi anomali, meglio smettere del tutto, e ricorrere semmai ad altre spezie. Oltretutto il peperoncino ha sapore, ma non ha odore. Che per una spezia non è il massimo.
      RISCHI DA ECCESSI, PROSTATA E RENI. UROLOGI PREOCCUPATI. Il peperoncino, stando ai tanti studi pubblicati e alle inesorabili statistiche mediche, si comporta proprio come un "condimento del diavolo": fa insieme bene (piccole quantità e uso sporadico) e male (grandi quantità e uso quotidiano). Come si usa fare in Oriente e solo in poche zone d’Italia (Calabria, Abruzzo). Consumarlo spesso o in abbondanza, e senza accompagnarlo nel medesimo pasto da molti cibi protettivi (dal peperoncino!), come insalate crude abbondanti e frutta e perfino latte, fa solo male. Parlano gli studi epidemiologici in Asia e Sud del Mondo, ma anche i consigli degli urologi. Si sapeva già del maggior rischio di irritazione alle vie urinarie e di tumori alla bocca e alle alte vie digestive. Ora emerge anche il rischio prostata.
      ''Il peperoncino – spiega il prof. Vincenzo Mirone, presidente della SIU (Società Italiana di Urologia) – usato spesso come Viagra dei poveri, non deve essere consumato in eccesso, se si vogliono evitare guai e rischi di tumore alla prostata. Un uso sconsiderato infatti infiamma la ghiandola, stimolando il desiderio nell'uomo da una parte, ma facendo venire anche la prostatite, legata ai tumori, così come dimostrano gli ultimi studi scientifici'' (Giornata europea di informazione sulle malattie della prostata. Ansa, 12 settembre 2007). E il tumore della prostata è la principale causa di morte per tumore nella popolazione maschile, dopo quello al polmone. “Il peperoncino non va consumato più di due volte a settimana", raccomanda l'esperto. "Una notizia, questa – commenta con ironia il prof. Franco Cuccurullo, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e rettore dell'Università di Chieti – che in molte Regioni del Meridione potrebbe condurre alla pubblica lapidazione chi le diffonde. Ma non bisogna avere paura di dire la verità quando di mezzo c'è la salute". Perciò occorre maggiore divulgazione: “Al sud – ha ricordato – si fa un uso smodato di peperoncino. Dobbiamo dire a tutti che non è senza conseguenze” (Agi, 12 settembre 2007).
      E il prof. Fabrizio Iacono, urologo dell’università «Federico II» di Napoli, conferma: «I cibi piccanti, contrariamente ai luoghi comuni sul loro valore afrodisiaco, sono da evitare perché creano infiammazione» (interv. M. Pappagallo, Corr. Sera. 20 agosto 2012). E soprattutto «Il peperoncino abbinato a un superalcolico potrebbe essere causa di défaillance imbarazzanti: o nulla o troppa velocità (eiaculatio praecox)». Insomma, la vox populi e tutti gli opuscoli e articoletti sul web e i dépliant del Capsor sbagliano. E meno male che Iacono, Mirone e Cuccurullo sono tutti uomini di scienza meridionali! Essendo intelligenti prendono le distanze dalle superstizioni tipiche del Sud.
      Triste parabola del piccante. Un tempo il pepe, altra spezia utile ma irritante, importato via Samarcanda da Giava e Malabar, era un costosissimo condimento da Re. Nei forzieri del Tesoro pubblico dell'antica Roma imperiale c'erano sacchi di pepe, come se fosse oro, per tacere degli Horrea piperataria. Per millenni i poveri hanno invidiato ai ricchi due sapori che non potevano facilmente avere: il dolce e il piccante. Ma il secondo è il più raro in Natura. Grazie a Cristoforo Colombo che lo importò dall'America, col peperoncino, che è economicissimo e cresce dappertutto, anche sul davanzale d’una finestra, finalmente anche i poveri potevano conoscere il sapore piccante. E si sentirono tutti Re.
      Ma nel piccante c'è il tranello. Già il sapore – ripetiamo – dovrebbe mettere sull’avviso. Il piccante, come l’amaro, in una visione evoluzionistica dei rapporti trofici tra animali e piante, è una sostanza repellente per gli animali, insomma ha la funzione di allarme. Nella lotta incessante tra piante e animali predatori, la Natura sembra “difendere” le piante con pesticidi antibiotici o antinutritivi o fitormonali o comunque tossici, che allontanano o puniscono la specie degli invasori. Ma che pensare d’un veleno di difesa che "tradisce" la specie vegetale che dovrebbe difendere facendosi "scoprire" per il suo sapore piccante? Gli etologi e gli entomologi ci diranno se insetti e bruchi siano in grado di percepire il piccante. E i predatori mammiferi? E l’Uomo, che a differenza degli animali, consumatori eventuali e casuali, ne è talvolta un grande consumatore? Quel che è certo, è che gli uccelli non sentono il piccante del peperoncino, e infatti hanno contribuito mangiandone le bacche a diffonderne i semi in varie parti del mondo.
      NON SEMPRE FA DIMAGRIRE, ANZI, PUO’ FAR INGRASSARE. Uno studio prospettico cinese ha osservato per circa 7 anni 487.375 persone dai 30 ai 79 anni che avevano riempito liberamente un questionario su dieta e salute. Si è visto che alla fine del periodo quelli che – secondo le risposte del questionario – consumavano abitualmente (3-6 giorni su 7) più cibi piccanti, tra i quali preponderante era il peperoncino, avevano un rischio di morte minore del 14% rispetto a quelli che lo facevano solo 1-2 giorni a settimana (Lv et al. 2015). Ma è una ricerca soltanto «osservativa», insufficiente, basata sulle affermazioni e la memoria dei soggetti stessi, che necessita di ulteriori studi e approfondimenti – come ammettono gli autori – per poter consigliare un cambio nello stile alimentare, e capire se il consumo di cibo piccante è in grado da solo di migliorare la salute e ridurre la mortalità, oppure se è solo il segno di altri fattori come dieta o stile di vita.
      Anche perché sulla medesima platea di volontari cinesi il gruppo di ricercatori ha scoperto che il consumo abituale di cibo piccante è collegato a maggiore adiposità della popolazione adulta, specialmente addominale nei maschi, cioè a valori più alti di body mass index (BMI), percentuale di grasso corporeo (BF%), giro-vita (WC) e rapporto tra giro-vita e altezza (WHtR). Insomma, sembra che in Cina il piccante aiuti il sovrappeso (Sun et al. 2014).
      Ma come, il peperoncino non faceva perdere peso? In effetti, in Occidente alcuni studi, però su un minor numero di soggetti, avevano al contrario collegato peperoncino e cibo piccante a un miglior controllo del sovrappeso, perché il peperoncino sembra mobilitare e ossidare i depositi di grasso bruno aumentando la termogenesi (Yoneshiro et al. 2012; Ludy e Mattes 2011, Waiting et al. 2012).
      Com’è possibile questo diverso effetto? Premesso che peperoncino e condimenti piccanti rendono più piacevoli pietanze altrimenti insipide e quindi aumentano l’appetito (Nilius et al 2013; Reinbach et al 2010; Ludy & Mattes 2011), e che gli Asiatici sono predisposti all’obesità addominale, probabilmente – interpretano Sun e colleghi – in Occidente il piccante è usato su cibi per lo più carnei, mentre in Oriente su amidacei (riso insipido), che se piccanti sono più appetibili e mangiati di più, e su pietanze grasse. Per di più si è portati a “spegnere” il piccante con dolci e bevande. Così la marginale tendenza alla perdita di peso favorita dal piccante (l’aumento della spesa energetica è stimato in appena 50 kcal/die) può essere neutralizzata. Inoltre, come nel caso del polimorfismo dell’enzima catechol-O-metil transferasi a proprosito degli effetti dimagranti del tè verde, è probabile che esistano sensibilità diverse agli effetti di perdita di peso dipendenti da variabilità genetica. Tutto questo può portare paradossalmente a sovrappeso e obesità anche col peperoncino. Nelle donne obese, invece, cioè nei valori più alti di BMI, il peperoncino e il piccante sono negativamente associati al giro-vita, forse perché le donne consumano notoriamente più frutta e verdura e meno cibi grassi. Fatto sta che in Corea, in adulti sovrappeso una tradizionale pasta di soia al peperoncino ha ridotto il grasso viscerale e migliorato i profili lipidici, non si sa se per la soia o il piccante (Cha et al 2013).
      IL CASO DEL VECCHIETTO DI 80 ANNI, ovvero l’uso "topico", cioè locale del peperoncino. Dopo la pubblicazione del mio "Manuale di Terapie con gli Alimenti" della Mondadori, distrutto dallo stress e ancora timoroso su come un librone di 760 pagine, con 3200 riferimenti scientifici (una cosa che neanche esisteva nelle università Usa, figuriamoci in quelle italiane), sarebbe stato accolto dal largo pubblico italiano, mi rinfrancai solo grazie ad una commovente lettera d'un anziano di 80 anni che mi ringraziava come se io fossi stato un taumaturgo. Il poveretto soffriva da 10 anni di herpes zoster ("fuoco di S.Antonio") con dolori lancinanti e-o prurito. Sul mio libro aveva letto, alla voce "Dolore" lo studio con cui i ricercatori avevano provato che la capsaicina – il principio attivo pungente del peperoncino – attraverso l’inibizione della sostanza P delle terminazioni nervose locali riesce, in un complesso meccanismo d'azione, a interrompere la trasmissione del dolore. [Il che spiega anche l’assuefazione al peperoncino dei grandi amanti del piccante: la distruzione dei neuroni nelle papille gustative e nel cavo orale provocata dall’eccesso di peperoncino piccante – che è “visto” dall’organismo come un tossico – fa perdere sensibilità ai recettori vanilloidi VR1]. In sostanza, il vecchio si era preparato da sé o aveva commissionato in farmacia, seguendo le indicazioni del mio libro, un "olio al peperoncino" non molto diverso da quello per uso alimentare, lo aveva spalmato sulla parte dolorante, massaggiando bene. E, riferiva che per la prima volta in 10 anni il dolore e il prurito erano del tutto scomparsi.
      L'uso alimentare è ben noto. Porta vantaggi, come una capacità mucocinetica, ovvero tale da umidificare l'albero respiratorio ed espellere il muco. Alle volte, quando si è un po' raffreddati e intasati, un brodo piccante con peperoncino ci fa bene. Ed ha anche una potente azione antiossidante, limitata solo dal fatto che essendo una droga piccante la si può consumare solo a grammi, non a etti (“particolare” a cui non pensano mai i suoi propagandisti). Ho letto studi che lo considerano addirittura anticancro, ma evidentemente non verso gli organi che irrita. Ha anche un curioso effetto paradosso: secondo alcuni, stimolando a reagire la mucosa gastrica (“reazione adattativa”), come dire, ipotonica, in alcuni casi potrebbe aumentare perfino le difese anti-ulcera. Ho proprio letto così in un lontano studio, e perciò ho inserito questa proprietà difensiva nella voce "Peperoncino" dell’enciclopedico manuale Alimentazione Naturale. Peccato, però, che alcuni studi più recenti su giovani volontari sani consumatori della tipica "pizza di New York" tanto di moda tra i latinos (è ricca di peperoncino piccante messicano del tipo "jalapeno"), abbiano evidenziato preoccupanti microlesioni a livello dello stomaco. Insomma, gli effetti del peperoncino (vantaggi e danni) non sono ancora chiari e univoci, e gli studi sono contrastanti, perché gli studi sono complicati da numerosi altri fattori.
IL PICCANTE ANCHE ALTROVE. Contadini e pastori antichi andavano cercando erbe vagamente agre-piccanti come succedanei del costoso pepe, per esempio il pepe d’acqua (Persicaria hydropiper). Oggi, invece, le erbe selvatiche sono dimenticate e si cerca il piccante nei funghi. I funghi piccanti sono stupidamente ricercatissimi, e a caro prezzo, proprio nelle stesse province in cui si eccede in peperoncino. Sono tutti velenosi, poco, molto o moltissimo (alcuni potenzialmente mortali: dipende dalla quantità e ripetizione del pasto, perché la tossina si accumula), da Lactarius acerrimus, il fungo “asquant” del Barese, a L. piperatus, che in Calabria è addirittura essiccato e polverizzato come se fosse peperoncino, fino alle russole piccanti, come R. emetica o peperino. Una tossicità inutile, questa, da non confondere con la tossicità relativa, cioè “utile”, di molte verdure dai composti leggermente o molto piccanti, come gli indolo-glucosinolati delle Brassicacee (rucola, ravanello, rafano, broccoli, crescione, rapa, broccoletti di rapa, ecc.), che proprio grazie alla loro tossicità spingono addirittura all’apoptosi o suicidio programmato le cellule cancerose. La Natura ha tanti, apparenti contrasti: in questo caso “chiodo scaccia chiodo”.
      Fatto sta, e tutti i medici urologi lo sanno, che molti, anche in Italia, dopo aver ripetutamente consumato cibi ricchi di peperoncino manifestano bruciore e perfino difficoltà alla minzione, o minzioni ripetute (stranguria, come l’eccesso di crescione, in cui però prevale l’effetto anticancro dei tiocianati), o la già detta ialoproctite, caratteristico bruciore anale alla defecazione.
      Ma il maggior rischio di cancro da spezie piccanti degli Orientali va interpretato con intelligenza: dipende cioè per gran parte dalla dieta complessiva. Quei popoli per ragioni igieniche consumano di rado verdure crude (protettive delle alte vie digestive) e poco o niente latte (tranne che in India), anch’esso protettivo. E per di più hanno una dieta complessiva ad alto rischio, perché insieme col piccante ingeriscono ogni giorno per tutta la vita anche una quantità di salsa di soia, cibi affumicati o sotto sale (presenza del radicale N-nitroso, quindi nitrosamine, e poi muffe, aflatossine e altre sostanze cancerogene). Il piccante in eccesso, in quel contesto a rischio, è la ciliegina sulla torta.
      Da noi, in Europa e specialmente in Italia, dove il piccante è meno frequente per l’idiosincrasia di casalinghe, bambini e cuochi verso le spezie troppo forti, e comunque il peperoncino viene tamponato dalla tipica abbondanza di verdure, frutti crudi, latte e latticini, il rischio è di gran lunga minore. Tanto che in molti casi, in diete molto protettive, potrebbero prevalere i vantaggi del dannatissimo "pepe rosso" o "della Cayenna", imitazione popolare del pepe dei Re. Ma non in regioni dove il peperoncino è talmente diffuso nella cultura antropologica da essere diventato ormai più una fissazione quotidiana, una superstizione, che un condimento, anzi, una sorta di emblema abusivo del mangiar bene e della buona salute.
CONSIGLI PRATICI. In ogni caso, prudenza e molta moderazione con questi piccanti e alle volte utili "veleni naturali". Non fatevi convincere da certi opuscoli di esaltati, come capitò a me da giovanissimo, quando spargevo peperoncino su tutte le pietanze, a pranzo e a cena. Non imitate i montanari calabresi della leggenda che mangiavano il peperoncino piccantissimo (“diavolicchiu”) a morsi, accompagnandolo solo con poco pane e molto vino, e fumandoci pure sopra. E comunque non mangiatelo mai, assolutamente, a stomaco vuoto, tanto meno se di tipo molto piccante, come hanno dovuto fare per esperimento gli orchestrali d’una orchestra sinfonica danese prima di eseguire un brano, un pazzo esperimento proposto da un musicista amante del peperoncino (basta vedere il divertente filmato e leggere le didascalie per capire che smorfie, bruciore alla bocca e allo stomaco, malesseri, addirittura svenimenti, non possono essere collegati a un cibo sano).
      Consumatelo di rado, meglio in polvere, cioè essiccato e macinato. In tale forma può essere ben amalgamato ai cibi, e più rapidamente neutralizzato dal sistema digerente e dal fegato, rispetto a quello in pezzi che è più offensivo proprio per la sua consistenza fisica e la più lunga permanenza nel tubo digerente.
      Comunque il peperoncino non deve mai trovarsi a diretto contatto con le mucose (lo stesso per l’aglio). Va consumato sempre in piccole quantità e durante pasti abbondanti, ricchi non solo di amidacei e grassi, ma anche di verdura e frutta fresca, per esempio arance, oppure insieme a yogurt e latte grasso (i latticini leggeri proteggono le mucose e veicolano bene le spezie piccanti).
      E in caso d’infiammazione o ipertrofia crescente della prostata, non più di una o due volte a settimana, come consigliano i medici della SIU. E ai primi sintomi (bruciore, stranguria ecc.) smettete.
UNA REVISIONE CRITICA DEGLI STUDI PRECEDENTI. Ecco una pagina della dettagliata review, basata soltanto sul riesame, più severo, dell'evidenza scientifica sui rischi mostrata dai 14 studi più attendibili finora pubblicati, sul rapporto tra peperoncino e cancro, pubblicata nel 2007 da World Cancer Research Fund e American Institute for Cancer Research: “14 studi caso-controllo hanno investigato il rapporto tra peperoncino e cancro allo stomaco. 9 studi hanno mostrato un aumentato rischio per i più alti consumi, comparati ai più bassi, rischio statisticamente significativo in 4 casi. In un 5.o studio il maggior rischio era significativo nei maschi ma non nelle donne, mentre in un 6.o studio era significativo solo nei non-bevitori di alcol ma non nei bevitori. Un diminuito rischio [da peperoncino] era mostrato da altri 4 studi, ma statisticamente significativo solo in 3. Alcuni costituenti del peperoncino sono irritanti, il che potrebbe plausibilmente aumentare l’infiammazione nello stomaco. In sintesi [sul forte consumo di peperoncino] “esiste una evidenza che suggerisce una sua associazione con un aumentato rischio di cancro allo stomaco”.
      In altre parole, i severi criteri scientifici usati dai due organismi nel valutare gli studi finora pubblicati fanno sì che il maggior rischio statisticamente significativo ci sia, anche se non è alto. Il che non vuol dire "basso rischio", sia chiaro, ma solo che finora non si è ancora riusciti ad avere le prove di un rischio alto. Il che è comprensibile, vista la difficoltà estrema di separare il consumo di un cibo – tanto più di una spezia che si misura in grammi o decigrammi e viene messa dappertutto – dalla dieta generale di un individuo o di una popolazione. Fatto sta che questa semplice prova di rischio deve mettere in moderato allarme, spingendoci ad evitare non l’uso sensato del peperoncino (cioè poco o pochissimo e ogni tanto), ma ogni eccesso (cioè tanto e spesso).
LA COMPLESSA EPIDEMIOLOGIA DELL’ESTREMO ORIENTE. Gli studi epidemiologici, cioè medico-statistici, sull’uso del piccante in Estremo Oriente sono complessi, per il ruolo di confusione che possono ingenerare numerosi fattori. E’ ormai super-provato – ripetiamo – che hanno maggiori rischi di tumori al naso, alla bocca, alla laringe e all'esofago Indiani, Cinesi e altri popoli forti e abituali consumatori di peperoncino, pepe e altre droghe molto piccanti. E tra i vari cibi piccanti, come pepe e peperoncino, sono del tutto analoghi pregi, difetti e meccanismi d'azione, al contrario di quanto crede la gente: perciò, non è vero che “il pepe fa male, ma il peperoncino fa bene”. Ma questi studi sono complicati da possibili altri usi alimentari e modi di conservazione che possono confondere i dati, come i cibi conservati sotto sale (pesce, soprattutto, ma anche verdure) e le salse fermentate di soia, oltre all’usanza orientale di consumare bevande e cibi bollenti. Tutti eccessi o errori oltretutto non accompagnati da una dieta generale adeguata, cioè ricca di verdure crude e dotata anche di latticini, entrambi gruppi di alimenti protettivi dal piccante, come invece accade in Occidente.
COTTURA. Infine, c’è ambiguità e incertezza anche sul problema della cottura. Può essere cotto il peperoncino? No, assolutamente, dicono i gastronomi, ma anche i biochimici: il calore distrugge parte dei suoi principi attivi (ma non i capsaicinoidi, come abbiamo visto sopra), con la conseguenza che si degradano le molecole che formano il suo sapore. In India, dove si abbonda in piccante e in cotture, e il peperoncino viene mescolato spesso ad altre spezie (p.es. è nel curry), può capitare che sia cotto, o più spesso (e più correttamente) aggiunto in fine cottura. La differenza è una questione di tempi e di sapore finale che si vuole ottenere. Si può tollerare che sia aggiunto a pezzetti in fine cottura al riso e coinvolto in un minuto di cottura, ma non quando è in polvere: va aggiunto a fuoco spento o direttamente sui piatti, a seconda dei gusti di ognuno. Esiste perfino una balzana diceria per cui diventerebbe addirittura “tossico” con la cottura, Ovviamente non è vero. Infine, una curiosa citazione da una intervista, molto tagliata, su Repubblica:
La Repubblica: ORA PARLA LA SCIENZA
IL PEPERONCINO E’ OTTIMO CONTRO DOLORI E PRURITI
Rosso e piccante, ampiamente utilizzato in tutta la cucina mediterranea, il peperoncino viene scoperto dalla medicina moderna per la sua capacità di alleviare dolore e pruriti. Questo potere è già noto da qualche tempo, ma ora la spezia si è meritata persino una pubblicazione su una rivista universitaria degli Usa, la Penn State Sports Medicine Newsletter, organo ufficiale del Centro di medicina dello sport dell'Università di Langhome (Pennsylvania): “Alcuni atleti e ballerini usano abitualmente creme locali a base di capsaicina, il principio attivo contenuto nel peperoncino, per ridurre il dolore da osteo-artriti, ma gli studi che verificano questo particolare trattamento non erano stati finora pubblicati”, scrivono gli autori della ricerca. Osservazioni, condotte più di recente alla Yale University e al National Cancer Institute, avevano dimostrato l'efficacia anti-dolorifica della capsaicina, sostanza scoperta nel pepe rosso. Non ne sono ben noti i meccanismi di azione, ma si pensa che la capsaicina stimoli il rilascio di una sostanza che funge da mediatore del dolore e del prurito, detta sostanza P, in maniera più abbondante del normale. Sotto stimolazione della capsaicina, la sostanza P viene liberata dalle terminazioni nervose sensitive sia a livello centrale che periferico (terminazioni sensitive cutanee) e poi produce una prolungata desensibilizzazione delle stesse terminazioni, spiega Nico Valerio, esperto della nutrizione e della salute. Insomma, l’effetto antalgico del principio attivo del peperoncino dipende dalla sua capacità di provocare l'esaurimento dei neuro-peptidi e il blocco della fibra capsaicina-sensibile che trasporta informazioni anomale al sistema nervoso centrale, come accade probabilmente nel dolore (La Repubblica, 20 febbraio 1997).
RIFERIMENTI
Innanzitutto si raccomanda per la sua sintesi e il criterio razionale lo studio review di BODE AM e DONG Z. The Two Faces of Capsaicin, Cancer Research 71 (8), April 15, 2011, 71; 2809-2814, con 50 riferimenti e i principali studi scientifici favorevoli e contrari al peperoncino e alla capsaicina. 
Poi segnalo lo studio della Supalkova et al. ampiamente citato nell’articolo (e da cui ho tratto una tabella e un disegno), e lo studio di Huffman et al. sul jalapeno
Supalkova V, Stavelikova H, Krizkova S, Adam V, Horna A, Havel L, Ryant P, Babula P, Kizek R. Study of Capsaicin Content in Various Parts of Pepper Fruit by Liquid Chromatography with Electrochemical Detection. Acta Chim. Slov. 2007, 54, 55–59 55
Huffman VL, Schadle ER, Villalon B, Burns EE. Volatile components and pungency in fresh and processed jalapeno peppers. Journal of Food Science 43, 6, 1809–1811, November 1978.
La review di Lampe sulla più importante rivista scientifica di nutrizione clinica, studia gli effetti anti-cancro delle spezie in generale, ma alla fine prevede un capoverso di eccezioni o di dubbi proprio sul peperoncino, citando tre studi che riportiamo qui:
Lampe JW. Spicing up a vegetarian diet: chemopreventive effects of phytochemicals. Am J Clin Nutr 2003;78(suppl):579S-583S. 
Mathew A, Gangadharan P, Varghese C, Nair MK. Diet and stomach cancer: a case-control study in South India. Eur J Cancer Prev 2000;9:89-97.
Phukan RK, Chetia CK, Ali MS, Mahanta J. Role of dietary habits in the development of esophageal cancer in Assam, the north-eastern region of India. Nutr Cancer 2001;39:204-9.
Jensen-Jarolim E, Gajdzik L, Haberl I, Kraft D, Scheiner O, Graf J. Hot spices influence permeability of human intestinal epithelial monolayers.
J Nutr 1998;128:577-81.

Uno studio clinico italiano smentisce la convinzione popolare che il peperoncino provochi o peggiori i sintomi di emorroidi. Quindi non c’è motivo che il medico si opponga se il paziente desidera questa spezia di tanto in tanto.
Infine, altri studi, come esempi di attività protettiva o a rischio, secondo il suo comportamento duplice tipico delle spezie e soprattutto quelle piccanti: antiossidante e perfino anti-cancro (per lo più in laboratorio e come capsaicina estratta, va anche detto, il che limita molto i presunti vantaggi, che per me restano solo la mucolisi e la minore utilizzazione energetica...) e irritante, come "cibo vero" mangiato a lungo e, specie in Oriente, in quantità. In questo caso, insieme ad altri fattori alimentari, aumenta il rischio epidemiologico di tumori a bocca, esofago e stomaco:
Agrawal Rc, Wiessler M, Hecker E, Bhide Sv. (1986), Tumour-promoting effect of chilli extract in BALB/c mice. Int. J. Cancer, 38: 689–695.
Chitra S, Viswanathan P, Nalini N, Sabitha K, Menon Vp. Role of redchilli (Capsaicin) in the formation of colonic carcinoma. Indian journal of pathology and microbiology. 1997,40,1:21-25.
Toth B, Rogan E, Walker B. Tumorigenicity and Mutagenicity Studies With Capsaicin of Hot Peppers. Anticancer Res 4,117-120,1984,45.
Myers Bm, Lacey Smith J, Graham Dy: Effect of red pepper and black pepper on the stomach. Am J Gastroenterol 82:211-214,1987,14.
David Y. Graham, Md; J. Lacey Smith, Md; Antone R. Opekun, Pa-C. Spicy Food and the Stomach: Evaluation by Videoendoscopy. JAMA. 1988;260(23):3473-3475.
Nwaopara Ao, Odike Mac, Inegbenebor U, Adoye MI. The Combined effects of excessive consumption of ginger, clove, red pepper and black pepper on the histology of the liver. Pak. J. Nutr., 2007.6:524-527.
Eddy Aa, 2001. Mast cells find their way to the kidney. Kidney Int., 60:375–377.
Peperoncino favorisce cancro cistifellea [Risk factors for gallbladder cancer in Chilean females], Endoh K; Nakadaira H; Yamazaki O; Yamamoto M; Tajima K; Serra I; Calvo A; Baez S - Nippon Koshu Eisei Zasshi. 1997; 44(2):113-22
Peperoncino tra le cause del cancro dello stomaco [Diet and stomach cancer: a case-control study in Mathew, Gangadharan, Varghese, Nair, M K. South India], European Journal of Cancer Prevention. 9(2):89-98, April 2000.
Peperoncino come co-carcinogeno [Co-carcinogenic effects of several Korean foods on gastric cancer induced by N-methyl-N'-nitro-N-nitrosoguanidine in rats], Jin-Pok Kim, Jae-Gahb Park, Myung-Duck Lee, Man-Dong Han, Soon-Tae Park, Bong-Hwa Lee and Sung-Eun Jung - Surg.Today 15, November 6,1985.
Capsaicina arma a doppio taglio: cancerogena o anti-cancro [Capsaicin, a double-edged sword: toxicity, metabolism, and chemopreventive potential], Surh YJ, Lee SS. Life Sci 1995;56:1845-55.
Capsaicina nel peperoncino: carcinogeno, co-carcinogeno o anti-cancro? [Capsaicin in hot chili pepper: carcinogen, co-carcinogen or anticarcinogen?], Surh YJ, Lee SS. Food Chem Toxicol 1996;34:313-6.
Lv J, Qi L, Yu C, Yang L, Guo Y, Chen Y, Bian Z, Sun D, Du J, Ge P, Tang Z, Hou W, Li YE, Chen J, Chen Z, Li L. Consumption of spicy foods and total and cause specific mortality: population based cohort study. BMJ 2015;351:h3942
Sun D, Lv J, Chen W, Lil S, Guo Y, Bian Z, Yu C, Zhou H, Tan Y, Chen JI, Chen Z, Li L. Spicy food consumption is associated with adiposity measures among half a million Chinese people: the China Kadoorie Biobank study. BMC Public Health 2014, 14:1293.
Nilius B & Appendino G. Spices: the savory and beneficial science of pungency. Rev Physiol Biochem Pharmacol 2013, 164:1–76.
Ludy MJ & Mattes RD. Comparison of sensory, physiological, personality, and cultural attributes in regular spicy food users and non-users. Appetite 2012, 58:19–27.
Yoneshiro T, Aita S, Kawai Y, Iwanaga T, Saito M. Nonpungent capsaicin analogs (capsinoids) increase energy expenditure through the activation of brown adipose tissue in humans. Am J Clin Nutr 2012, 95:845–850.
Reinbach HC, Martinussen T, Møller P. Effects of hot spices on energy intake, appetite and sensory specific desires in humans. Food Qual Prefer 2010, 21:655–661.
Ludy MJ & Mattes RD. The effects of hedonically acceptable red pepper doses on thermogenesis and appetite. Physiol Behav 2011,102:251-258.
Whiting S, Derbyshire E, Tiwari BK. Capsaicinoids and capsinoids. A potential role for weight management? A systematic review of the evidence. Appetite 2012,59:341-348.
Cha YS, Kim SR, Yang JA, Back HI, Kim MG, Jung SJ, Song WO, Chae SW. Kochujang, fermented soybean-based red pepper paste, decreases visceral fat and improves blood lipid profiles in overweight adults. Nutr Metab (Lond)2013,10:24.

IMMAGINI
1. TABELLA. Il grado di piccantezza delle diverse soluzioni di capsaicina – che è il principio attivo piccante dei frutti di alcune specie del genere Capsicum – fu misurato in modo soggettivo dallo Scoville, ma oggi è suffragato dalle quantità reali di capsaicina determinate con la gascromatografia. I gradi Scoville hanno quindi una notevole utilità per differenziare tra loro le centinaia di varietà di peperoncino e per decidere quali impiegare per uso alimentare o farmacologico. Come si vede dalla tabella, qui riprodotta in forma sintetica, anche varietà considerate molto piccanti, sono una minima cosa rispetto ad altre ultra-piccanti e, naturalmente, ultra-tossiche, di cui si sconsiglia l’uso. 
2. IMMAGINE. Lo spaccato di un peperone piccante con le sue parti più o meno dotate di capsaicina (da Supalkova et al. modif.). 
3. TABELLA. La concentrazione di capsaicina nelle diverse parti di peperoncini di alcune varietà in Europa (da Supalkova et al).

AGGIORNATO IL 14 AGOSTO 2021

Etichette: , , , , ,